Vogliam dunque, pastor, sotto quest'ombre Tutti oggi dimorar senza far cosa Degna di qualche loda? Or che direbbe Se quinci oltra passasse il vecchio Elpino,
Ch'altro già mai non dice, altro non grida, Se non che scacciam l'ozio? il qual più nuoce A chi seco s'accoppia, che non nuoce A le biade la nebbia, a' frutti il vento,
A' fior la pioggia, a l'umil greggia il lupo. Che debbiam far, Licone? Ecco qui Meri, Cui non mancan partiti, et è fra tutti
Noi di più etate: ei fia che ne proponga Qualche sua gentilezza, come suole. Io? Ben fu già che rare volte insieme S'adunaron fra lor quattro pastori
Che non facesser me di loro schiera; Ma da certi anni in qua, dopo che 'l mondo Tutto cangiato scorgo, non mi curo Più di sì fatti scherzi. Io solea alora
Propor varii partiti, trovar giochi Novi e diversi, e procurar sovente Che si donasse il premio a chi di noi Meglio cantasse o pur sonasse, e meglio
Lanciar sapesse il grave palo o 'l dardo. Tuo frate, o Dafni, il sa, che già diece anni Qui proprio in questo prato ei n'ebbe in premio Quel carcasso moresco, ove dipinto
Si vede il bello Adon che langue in grembo A la mesta Ciprigna, e da la piaga Versa purpureo sangue, che gl'irriga Del freddo fianco il candido alabastro.
Ma perché fuor di tempo è fra gli amici Il voler far del grave e del severo, Dirovvi il mio parer, se non per altro, Almen per ubidirvi in ogni cosa,
Rimettendomi al fin, che ben so quanto Meglio scernano il ver quattro che due. Su su, lascia le scuse omai da parte, Che tutto il tempo che tu spendi in loro
Forse spendi sì mal, come ne l'ozio Che tu tanto condanni. A me parrebbe Dunque, che appeso un segno a quella quercia
Che voi vedete là grande et antica, Provassimo fra noi chi più vicino Vi ponesse lo strale, e 'l vincitore Potesse poscia commandare ai vinti
Ciò che più gli piacesse. E come, o Meri, Potrem tutti giocar, s'io mi ritrovo Qui senza aver la mia faretra e l'arco?
Ti servirò del mio, che forse punto Al tuo non cede. Mira un poco quanto Bene innestato v'abbia il fabro accorto Questo corno lucente: io no 'l darei
Per quattro capre, benché due fiate Si mungessero il giorno, e con le poppe Mai non tornasser vote a la capanna. Ti ringrazio, il mio Meri; e 'n quanto a l'arco
Io non t'invidio il tuo, se ben mi pare Non men bello che buono. Amici, il segno Affisso è già. Ma qual sarà di noi
A provarsi primier? Meglio è la sorte Trar con le dita, e numerare in quale Vada a cader di noi disposti in giro. Or via, gettiamo. A te si deve, Oronte,
Il primo loco; a te, Meri, il secondo; Il terzo a me; talché tu sol rimani Dopo tutti, o Licone. Io son contento.
Orsù, commincia, Oronte. Oh mia sventura! Uscita m'è di man la cocca avanti Ch'avessi il dardo a segno; io non avrei
Forse errato così, s'avessi avuto Meco le mie saette, e l'arco mio. Tuo danno: lascia a me. S'un palmo solo Più basso mi tenea, prendea del segno.
Su, Dafni, scocca tu. Mal abbia il vento, Da cui lo strale offeso, ove feria Forse il bersaglio, a pena ha tocco il tronco.
L'ultima aspetta me. Licida mia, Io tiro per tuo amor. Tu che sì bene Drizzi i colpi al mio cor, drizza il mio strale A dar nel segno, o faretrato dio.
Pur vinsi: il colpo mio fra 'l segno è impresso, E lo strale di Meri; a me, compagni, Sta dunque il commandarvi. Orsù, sediamo, Allentiam gli archi, e perché ognun di voi
È dotto nel cantar, vuo' che col canto Andiam l'ozio ingannando. E qual soggetto Prenderem che ne piaccia? È troppo antico
Il cantar sempremai de' nostri amori. Non mancherà soggetto, no. Voi sete Tre: Meri è di più etate, a cui secondo È Oronte; il terzo tu, Dafni, che a pena
Spunti la prima barba. Or voi devete Celebrar alternando i veri onori Di tre divini eroi: l'un padre, l'altro Figlio, e 'l terzo nepote; a Meri il padre
Di laudar tocca, et ad Oronte il figlio, A te, Dafni, il nepote. E chi son questi, Licon?
Bastiti sol che queste sono De la Parma le rive, il resto intendi Da te, se non sei folle. Intendo il tutto.
Tu di' de' nostri Principi, di cui La fama vola sì, ch'omai si sdegna D'aver per mete i termini del mondo. Volentier canterem: ma vi vorrebbe
Di quel sacro pastor la voce e 'l suono, Che da le selve uscito, alzò a le stelle Il pio Troiano e 'l fortunato Augusto. Tu dici il ver, ma d'uomini sì degni
Rari oggi ne vediam: non so se nasca Perché sian poco in pregio appresso i grandi, O ne sia scarso oltra l'usato il Cielo. Lunga question sarebbe, e 'n altro tempo
È da serbarsi. Or sia come si vuole, Che chi fa quanto può, non è tenuto A far di più. Commincia dunque, o Meri, E voi poscia seguite, Oronte e Dafni.
Deggio cantar in rima, o pure il verso Spiegar disciolto? A te lascio il pensiero Di cantar come vuoi, che non consiste
Tutto de' versi il bel sol ne le rime. O bellicoso Dio, O Dea, che dal gran capo Di Giove uscita, il crin t'orni d'oliva,
Favore al cantar mio Porgete, et udirete Sonar queste campagne, e questi monti I gloriosi onori
Di chi con l'opre agguaglia, Sì come fa col nome, L'altro invitto Alessandro, Terror del mondo, e folgor di battaglia.
Febo, tu che le gote Hai d'ogni piuma scarche, E 'n lor vece dispieghi i bei crin d'oro, Da' forza a le mie note,
Sì che le lodi io canti Di giovane reale, Cui le vezzose Ninfe Di boschi, monti, e linfe
Di narcisi e giacinti ornar la cuna; Cui le Grazie e le Muse Le picciolette labra Rigar di sacro latte;
Cui portò il ciel più chiaro Degli altri il giorno al nascer suo fatale. Chi vuol veder fra noi Un altro Ottavio Augusto,
Sen venga ove la Parma Si gloria d'aver duce Temperato, prudente, e forte, e giusto. Venga, l'inchini, e dica:
Per te, per la tua prole, Di novo il mondo spera, Chiuso di Giano il tempio, Goder felice i secoli de l'oro.
Volendo il Rege eterno Che l'antico valore, Dopo mill'anni e mille, Tornasse al primo onore,
D'Ottavio nascer feo Un novo semideo, A cui nel petto chiuse Valor qual egli in Ettore, in Achille,
In Cesare, et in Scipio Ne' primi tempi largamente infuse. Sallo il barbaro Trace, Che là presso a Corinto
Per lui rimase estinto; Sallo anco il Belga, turbatore infido De la publica pace. Quando da l'alto Cielo
A prender mortal velo L'alma felice e lieta Del figlio d'Alessandro in terra scese, Di pianeta in pianeta
Doti celesti prese: Perché di pensier gravi il tardo veglio Le fe' cortese parte; Del governar gl'imperi
Da Giove apprese l'arte; Come si tratti il ferro Le insegnò il fiero Marte; Ebbe il bel corpo suo dal Sol la luce
Ch'in fronte gli riluce. Beltate ebbe da lei che 'n Cipro nacque, E dal facondo messaggiero alato Fu d'eloquenza ornato;
Velocità gli diede, E l'ale giunse al piede La dea che ne le selve Scende a cacciar le timidette belve,
E con veloci piante Vince nel corso ogni altro lume errante. Come robusta quercia, Che tanto a l'aere poggia
Quanto con le radici al centro scende, E d'Africo e di Coro, D'Aquilone e di Noto I colpi sprezza, e le minacce orrende;
O come saldo scoglio Ch'a l'Ocean sovraste Immoto il fianco oppone A l'eterno colpir de l'onde vaste:
Così con la fortezza, e col consiglio Resiste Ottavio invitto Ai venti aversi, a l'onde Di quella cieca Dea
Che le pene, et i premi Fra i giusti e gli empii ingiusta in un confonde. Come le dense nubi Ch'ingombrano del ciel gl'immensi campi
Strugge Borea, e disperde, E ne discopre il lucido sereno; O come scuote e spezza Le più superbe cime
Lo stral di Giove ardente, Lanciato giù da la superna altezza: Così disperse, e vinte, Volgonsi in fuga le nemiche schiere,
Quando il grande Alessandro acceso d'ira L'abbatte, uccide, e fere, E fra lor folgorando il ferro gira. Come purpurea rosa,
Ch'in bel giardin dispieghi Il vago onor de l'odorate foglie, A tutti gli altri fiori Ch'a lei ridono intorno
D'odore e di bellezza il pregio toglie; Come fra gli altri Dei Febo più illustre appare, Quando, lasciato il cielo,
Si mostra a Delfo, e Delo: Così ogni altro in beltà vince e trapassa D'Alessandro il gran figlio Col celeste splendore, ond'egli ha carco
La real fronte, e 'l ciglio. Non può lingua terrena D'eroe chiaro, immortale, Spiegare a pien la meritata gloria.
Non puote arida vena Dar di sé fiume tale Ch'al Po sen corra, e a' maggior fiumi eguale. Voi, voi celesti Dee
Che divin canto avete, Per me supplir devete, E con vivace istoria Sacrar a la memoria
Le gloriose imprese Del gran Duce Farnese. Se quei che cantò l'ira Del figlio di Peleo,
E de l'astuto greco i lunghi errori, E quei la cui gran lira Sonò l'arme e gli amori Di chi cangiò nel Tebro il fiume ideo,
Tornasser oggi in vita, Dirian: Deh perché indarno Movemmo il nostro stile, Quando Achille, et Ulisse
Cantammo, e quel che pianse sotto Antandro La perduta consorte? Questi, questi suggetto era sol degno, Di cui cantasse i pregi
Il sacro nostro ingegno. Come abbagliato e vinto Riman, benché cerviero, Occhio d'uom che presuma
D'affisarlo nel sole, Così folle è 'l pensiero Di chi poter si crede Spiegar le lodi a pieno
Del giovenetto illustre, Che per l'orme paterne, e per l'avite Muove veloce il piede. Cresci, regio garzon, cresci felice,
Quasi amorosa pianta Che in dolce amica sponda Appresso a lucid'onda Fissa abbia la radice.
Cresci, che già degli onor tuoi presaga Tempra ben mille penne La fama, e si prepara A fargli rimbombar con chiaro carme.
Già t'apparecchian l'arme I gran giganti ignudi; Già per te aspetta il mondo Veder fiorir di novo
Le forti opre di Marte, e i sacri studi. Secolo a pien beato, Cui te concede aventuroso il fato! Non più, pastor, che se di questi eroi
A cantar vi prendeste, infin che 'l sole Illuminasse il giorno, et ei fra l'onde Già mai non s'attufasse, a pena parte Potreste celebrar de' lor gran merti.
Ned io sì pazzo fui, che mi stimassi Che ne diceste a pien, ma perché meno Stessimo neghittosi. Oh non udite Quel gran rumor di grida e di latrati,
Onde fremon d'intorno e valli e selve? Su, su, compagni, su correte: al lupo Si dà la caccia: ricarcate gli archi. Ponetevi a la posta, infin ch'io corro
A casa a tor lo spiedo, et addur meco Gli animosi miei can, Lampo, e Licisca.
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