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1553–1617

Egloga quinta decima

Bernardino Baldi

Sparir vedeasi già per l'oriente Qualche picciola stella, e spuntar l'alba; Già salutar il giorno omai vicino S'udia col canto il coronato augello,

Quando pian pian del letticciuolo umile Celeo vecchio cultor di pover'orto Alzò, desto dal sonno, il pigro fianco; E d'ogni intorno biancheggiar vedendo

De l'uscio agli spiragli il dubio lume, Cinto la vile e rozza gonna ond'egli Solea coprirsi, indi calzato il piede Col duro cuoio rappezzato et aspro,

Bramoso di saper se fosse il cielo Ver l'oriente o torbido o sereno, Mirollo; e poi che senza nubi il vide, Prendendo augurio di felice giorno,

Tornò là 've ad un chiodo arida scorza Pendea di vòta zucca, il cui capace Ventre fatta s'avea di molti semi Separati fra lor fida conserva,

E di lor quegli eletti onde volea L'orticel fecondar, postosi sopra La manca spalla il zapponcello, e 'l rastro, Ne l'orto entrò, cui diligente intorno

Di prun contesta avea spinosa siepe; Ove parte spargendo i semi, parte Svellendo dal terren l'erbe nocive, Parte i solchi nettando, e parte d'acque

Empiendo largo vaso, onde la sera Inaffiarne potesse i fiori e l'erbe, Tanta dimora fe' che non s'avide Tre il sol già di que' spazii aver trascorso,

Onde i giorni e le notti egli misura: E tal de l'opra sua prendea diletto Che tempo assai più lungo ito vi fora, Se 'l natural desio, che mai non dorme

In uom che neghittoso il dì non mena, Desto in lui non avesse altro pensiero. Per pagar dunque il solito tributo Al famelico ventre et importuno,

Entrato nel tugurio, e giù deposte Le lucid'arme sue, tutto si diede A prepararsi il consueto cibo. E prima col fucil la dura selce

Spesso ripercotendo, il seme ardente De la fiamma ne trasse, e lo raccolse In arido fomento, e perché pigro Gli pareva, e languente, il proprio fiato

Oprò per eccitarlo, e di frondosi Nutrillo aridi rami; e quando vide Che in tutto appreso avalorossi et arse, Cinto d'un bianco lino, ambo le braccia

Spogliossi fino al cubito, e lavato Che dal sudore ei s'ebbe, e da la polve Le dure mani, entro stagnato vaso Che terso di splendor vincea l'argento,

Alquanto d'onda infuse, et a la fiamma Sovra a punto locollo, ove tre piedi Di ferro sostenean di ferro un cerchio. Gittovvi poi, quando l'umor gli parve

Tepido, tanto sal quanto a condirlo Fosse bastante, e per non stare indarno Mentre l'onda bollia, per fissa tela Fece passar di setole contesta

Di Cerere il tesor, che in bianca polve Ridotto avea sotto il pesante giro De la volubil pietra; indi partendo Con tagliente coltel rotonda forma

Di grasso cacio, che da' topi ingordi Ei difendea dentro fiscella appesa Al negro colmo, col forato et aspro Ferro tritollo. E cominciando omai

L'acqua d'intorno a l'infiammato fianco Del vaso a gorgogliare, a poco a poco S'adattò con la destra a spargervi entro La purgata farina, non cessando

Con la sinistra intanto a mescer sempre La farina e l'umor con saldo legno. Quando poi tutta di sudor la fronte Aspersa egli ebbe, e 'l bianco e molle corpo

Comminciò a diventar pallido e duro, Aggiunse forza a l'opra, e con la destra A la sinistra man porgendo aita, Per lo fondo del vaso il legno intorno

Fece volar con più veloci giri, Finché vedendo omai quella mistura Nulla bisogno aver più di Vulcano, Preso un largo taglier di bianco faggio,

Fecene sovra quel rotonda massa, E ratto corso là dove egli avea Molti vasi disposti in lunghe schiere, Un piatto sovra tutti ampio, e capace

Indi tolse, et il terse, e con un filo Ritroncando la massa in molte parti, Il piatto ne colmò, di trito cacio Aspergendolo sempre a suolo a suolo:

E per non tralasciar cosa che d'uopo Fosse per farla delicata, e cara, Mentre fumava ancor, sovra v'infuse Di butiro gran copia, che dal caldo

Liquefatto, stillante a poco a poco Penetrò tutto il penetrabil corpo. Condotto al fin quest'opra, e posto il vaso Così caldo com'era appresso al foco,

Provido ad altro attese, e volto il piede Là 'v'egli larga pietra eretta avea, Sotto una grande e tortuosa vite Che copria con le fronde un vicin fonte,

D'un panno la coperse in guisa bianco Che l'odor del bucato ancor serbava. Quinci il picciol vasel sovra vi pose Ove il sal si conserva, e 'l pan che dolce

Gli era, e soave, ancor che negro e vile. Di molte erbe odorate e molti frutti Carcolla al fin, che l'orticel cortese Ognor dispensa, e da l'armario tolse

La ciotola capace, e 'l vaso antico Del vin, cui logro avea l'uso frequente Il manico ritorto, e rotto in parte Le somme labra, onde il liquor si versa.

Preparato già il tutto, et omai stanco Del lungo faticar, poi che le mani Tornato fu di novo a rilavarsi, Accostossi a la mensa, e tutto lieto

Cominciò con gran gusto a scacciar lunge Da sé l'ingorda fame, e l'importuna Sete, spesso temprando il vin con l'onda Che dal fonte scorrea gelida e pura.

E già sazio era il ventre, e già il palato Da lui più non chiedean bevanda od esca, Quando, dietro la fame, in lui serpendo Quella stanchezza entrò, che dolce suole

Gli occhi gravar, mentre veloce il caldo Vital sen corre al cibo, e lascia pigre Le ristaurate membra: ond'egli, a cui Il dì passar dormendo unqua non piacque,

Per non dar loco al sonno, in queste voci Comminciando fra sé ruppe il silenzio. O beato colui che in pace vive Questa vita mortal misera e breve,

La qual, benché sì bella appaia in vista, Tosto langue però, qual fiore in prato O da falce o da piè presso e reciso. Ma infelice colui, che sempre in guerra

Seco, col suo pensier mai non s'affronta; Quei che da cure ambiziose, avare, Tormentato mai sempre, un'ora, un punto Di tranquillo non prova, e non sa quanto

Di gran lunga trapassi ogni tesoro La cara povertà, giusta, innocente. Abbiansi le cittati, abbiansi pure L'arti onde nascon gli agi, e 'l viver molle,

Ch'a noi sommo piacer, sommo diletto Fia il contemplar or verdi, or biancheggianti Le seminate biade, ir rimirando L'antiche selve, le sassose grotte,

L'opache valli, i monti, i vivi laghi, L'acque stagnanti e i mobili cristalli; Il sentir lieti a l'ora matutina Disciolti al canto ir gorgheggiando a gara

Le vaghe lodolette, e gli usignuoli, De le tortore udir, de le colombe I gemiti e i sussurri, e dagli arbusti Di rugiada pasciute le cicale

Roco doppiar sul mezzogiorno il canto. Pochi san quanto giovi i membri lassi Gittar talor dormendo in qualche piaggia Fresca, erbosa, fiorita, appresso un rivo

Che mormorando col garrir s'accordi De gli augelli, de l'aure, e de le frondi. Ma qual piacer s'agguaglia a quel ch'io prendo Solamente da te, mio picciol orto?

Da te, ch'a me città, palazzo, e loggia, A me sei vigna, e campo, e selva, e prato. Tu di salubri erbette ognor fecondo, Porgi a la mensa mia non compro cibo,

Tu l'ozio da me scacci, e da te viene, Che ben che già canute aggia le tempie, Di robustezza a giovane non ceda. Tu dal mio petto le noiose cure

Lunge sbandisci, e 'n vece lor v'induci Piacer, letizia, e pace, e sei cagione Ch'io non invidii l'aurea verga, e 'l manto, E le ricchezze che dal mondo avaro

Fanno ammirar gl'imperatori e i regi. Qual si trova piacer che tu non abbia? Qual hai piacer che d'util non sia misto? O qual utile è 'l tuo, che da l'onesto

Si veggia, come molti, esser discorde? Tu l'occhio pasci, se de l'erbe mira I nativi smeraldi, e i vaghi fiori. Godon per te gli orecchi in ascoltando

Il grato susurrar de l'api industri, Mentre predando vanno ai primi albori Da' fior le dolci ruggiadose stille: Senso non ha chi l'odor tuo non sente,

Odor che la viola, il croco, e 'l giglio, Il narciso e la rosa intorno sparge. Piaccion le gemme agli occhi, e piace l'oro, Ma non ne gode il gusto; il gusto poi

D'altre cose piacer talora sente, Di cui nulla il veder diletto prende. Non così aviene a te, poi che non meno L'occhio mi pasci tu, di quel che faccia

Il gusto et ogni senso: io se desio L'oro veder, del già maturo cedro La spoglia miro, che s'assembra a l'oro; Se l'oro poi, che di rubin sia carco,

A la siepe mi volgo, ove il granato Maturo e mezzo aperto i suoi tesori Mi scopre; se veder gli altri lapilli Chieggio, ecco l'uve di color mature,

Pendenti giù da' pampinosi rami. Ma qual altro diletto a quel s'agguaglia Che dà il veder sovra un medesmo tronco, Sovra un medesmo ramo, il pero, il pomo,

E la mandola, e 'l pesco, e 'l fico, e 'l pruno, Et una sola pianta a sì diversi Figli somministrar, madre cortese, Con novo modo il nutrimento e 'l latte?

Taccio tante altre gioie, e tanti beni Che mi vengon da te, caro orticello, Et a voi mi rivolgo, o Dei ch'avete Degli orti cura, e di chi agli orti attende.

Fa' dunque Clori tu, che mai non manchi Al mio verde terren copia di fiori. Tu fa', Pomona, che de' frutti loro Non sian degli arbor mai vedovi i rami:

E tu che tante e sì diverse forme Prendi, Vertunno, il culto mio difendi Or con la spada, se soldato sei, Or col pungente stimolo, se i buoi

Giunger ti piace al giogo; e tu, Priapo, S'unqua gli altari tuoi di fiori ornai, Con la gran falce, e con l'altre arme orrende Spaventa i ladri, che notturni vanno

Predando ingiusti le fatiche altrui. Crescete erbette, e fior, crescete lieti, Se 'l ciel benigno a voi già mai non neghi Tepidi soli, e temperata pioggia.

Sì dicea seco il povero Celeo, Ne la sua povertà felice a pieno; Quand'io, cui men di lui l'ozio non spiace, Per non perder il tempo, a dir m'accinsi

Come industre nocchier quel legno formi Ch'e' de' guidar per non segnate vie.

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