Lasciato avea l'autunno il giusto impero A l'aspra tirannia del crudo verno, Che le chiome scotendo ispide e bianche Spargea di neve i colli, e con l'orrendo
Fiato sembrar fea di cristallo i fiumi: Talché non era agli augelletti schermo La piuma, et a le fere il folto pelo. Ma quei di qualche quercia, od olmo, o salce
Si vedean ricovrar nel cavo tronco; Queste arricciate e rabuffate il dorso, Ripararsi fuggendo, entro il più chiuso E cupo sen de le montane grotte;
Dentro le calde stalle, armenti e greggie Stavansi ruminando il secco fieno, Che 'l provido bifolco apprestò loro Sotto il coverto tetto al miglior tempo.
In somma ognun, per non provar l'estremo Rigor de la stagion, chiuso si stava Od in riposto speco o 'n caldo albergo. Or in fra gli altri Aresia e 'l buon Montano,
Amendue d'età grave, ambo consorti Ne l'opre de la vita, avendo sazio Con povere vivande, e breve cena Il natural desio, facean corona
Con la lor famigliuola a picciol foco; E intanto i dolci figli ivan facendo Inganno al sonno, che fra 'l troppo cibo Vie più che fra 'l digiun furtivo serpe,
Perché di paglia l'uno o bianco salce Lunga treccia tessea, per farne il giro De l'estivo capel, l'altro di giunchi Fabricava fiscelle, ove devea
Stringer in duro cacio il molle latte. De le figliuole poi questa la chioma A la rocca traea, rotando il fuso, Quella con lungo canto iva allettando
Il pargoletto al sonno entro la cuna; Et era omai de la noiosa notte Scorsa non poca parte, e cominciava A dormir dolcemente il vecchio stanco,
Quando la saggia Aresia in questa guisa A la maggior sua figlia a parlar prese. Cara figliuola mia, perché tu sei In quella etate omai, che vi fa peso
Sembrare a' genitori, e non sostegno, Per non mancare a quell'amor che sempre Ti portai da le fasce, or che tuo padre T'ha promessa per sposa ad Aristeo
Quivi nostro vicin, figlio d'Eurilla, Voglio innanzi le nozze, et ora a punto Che mi sovien, mostrarti alcune cose Che tu debba osservar, quando sarai
In casa sua patrona, e madre, e moglie. E vuo' seguir in ciò teco mia madre, Che meco fe' l'istesso uffizio prima Che moglie io divenissi, e sì mi sono
Utili state le parole sue, Che mai di lei non mi ricordo, ch'io Non le preghi riposo, e pace a l'alma. Attendi dunque e nota. Il nostro sesso,
Se col viril si paragona, è sesso Che tien assai de l'imperfetto, e vile: Onde s'a quel non s'appoggiasse, a punto Fora qual vite scompagnata e sola,
Che senza portar frutto in terra serpe. Come dunque le viti ai salci, agli olmi Si sogliono appoggiar, così le donne Si deono appoggiare ai lor mariti.
Pria dunque ti dirò come tu deggia Portarti come moglie, et adempire L'uffizio che s'aspetta a buona moglie. Fra le principal cose, che parere
Fanno acerba la vita di coloro Che maritati sono, è la discordia; La qual, se ben talor vien da' mariti Strani, crudi, e superbi, spesso nasce
Anco da noi troppo leggiere, e stolte, Et ostinate, che non conoscendo, Né conoscer volendo il nostro stato, Non vogliam secondarli, anzi al contrario
Sempre mostrarci a lor ritrose, e dure. La prima parte dunque de la donna Che brama vita fortunata e lieta È l'esser mansueta, e con dolcezza
Saper portar l'imperio del marito. La seconda è ch'ella rimetta a lui De le cose di fuor tutto il pensiero, Né si curi più là di quel che chiude
Il giro de la casa: esser tua cura Deve il fuso, il telaio, la conocchia, La lana, il lin, le gallinelle, l'uova, Il dar legge a le serve e 'l poner mente
Che nulla manchi ai piccioletti figli: Perché non altramente fora brutto A la donna trattar consigli et arme, Cose che sol s'aspettano a' mariti,
Di quel che fora obbrobrioso a l'uomo, Se, non si ricordando d'esser uomo, Lavar volesse i panni, i vasi, e 'l filo Star al foco torcendo, e ordir le tele.
Quando fosse però che ti chiedesse Compagna ne' consigli, io non t'essorto A ricusarlo, anzi ubidirlo in modo Che consigliando di seguir tu mostri
Non il consiglio tuo, ma il suo parere. S'averrà poi, sì come spesso aviene, Che fra 'l consorte e te contrasto accaggia, Non vuo' che tu il bandisca, e ti lamenti
Con le vicine tue, con le comari: Che non ad altro fin fatta è la casa, Né per altro ha la casa e mura e porte, Se non perché non sian de' fatti altrui
Giudici e spettator le genti esterne. Io voglio oltra di ciò, che d'ogni ingiuria Ti dimentichi a fatto, ché la moglie Che di tutte l'ingiurie si ricorda,
Mostra d'esser non moglie, ma più tosto Fierissima nemica. Io chiamo il Cielo In testimonio, e te figliuola, ch'io, Benché potuto avessi, al mio Montano
Mai non rinfacciai nulla: impara dunque Anco tu a far l'istesso. Un altro vizio Regnar suol fra noi donne, e questo è l'odio Che per lo più si porta a padri, a madri,
A fratelli, a sorelle, e 'n somma a tutte Le genti del marito: vizio infame, Vizio indegno di donna, che di donna Aver procuri il nome; or bench'io stimi
Te saggia sì, che senza il mio consiglio Tu sia per schivar ciò, pur te 'l ricordo, Perché tu sia più cauta, e più mi giova Di dirti oltra il bisogno che lasciare
Cosa veruna a dietro. Onora, et ama, E riverisci e suocere e cognati, E portati con loro in quella guisa Che tu vorresti ch'altri si portasse
Teco, sendo tu suocera, e cognata. Sovra tutto a temer t'essorto, o figlia, La fama rea, che s'una volta sola Si sparge per le bocche, invan si tenta
Di ricovrar la buona, in guisa tarde Son le lingue al ben dire, e preste e pronte Ai biasmi, ai disonori, ai vituperi: Onde per fuggir ciò, non vuo' che solo
Secretezza tu cerchi (ché di rado Giova esser cauta a donna disonesta), Ma che tu viva sì ch'indi proceda Il parer a le genti onesta e buona.
Buona e onesta sarai, quando non tanto Prezzerai gli ornamenti e la bellezza, Quanto l'esser modesta, e vergognosa. Queste son quelle doti, o cara figlia,
Che non fuggon con gli anni, anzi qual oro Non temon de la ruggine e del tempo. Sì che se queste gemme t'orneranno, Poco curar devrai di quelle gemme
Che le giovani vane hanno in più stima Spesso che l'onor vero, e 'l vero bene. E se ben il tuo grado non ricerca Che d'ostro t'orni e d'oro, essendo nata
In stato umil, pompa però soverchia Fora la tua, se superar volessi Col povero vestir l'altre che sono A te di grado, e di bassezza eguali.
Oltra il vestir d'un'altra cosa ancora Debbo avisarti che non poco importa, E questo è che già mai tu non ti creda Che la bellezza che ne dà natura
S'accresca coi belletti, e co' colori, Che nulla è meno il vero: io che son vecchia Ho conosciuto molte, che volendo, Benché belle per sé, parer più belle
Con questi lisci, eran mostrate a dito Da tutti, e da color che non sapeano Di qual casa si fossero, tenute Per donne disoneste: indegna cosa
Coprir il bel natio con la bruttezza De le bellezze finte! Or dimmi un poco, Figlia, qual è più vago, un fiore, un pomo Preso dal proprio ramo col colore
Che lor comparte la natura e 'l sole, O ver un altro, benché da buon mastro Col pennello imitato? Io credo certo Ch'ogni saggio uom, che co' colori intende
D'acquistar fama dipingendo, tanto Stimi di meritar lode maggiore, Quanto meglio imitar sa la natura. Or se il color natio vince il dipinto,
Se perfetta maestra è la natura, Perché creder vorrem ch'in noi s'accresca La beltà natural con la dipinta? Sian dunque i tuoi belletti e i lisci tuoi
La pura acqua del fonte, onde ti lavi E la faccia e le mani ogni mattina. Non ti biasmerò già, se tu ti specchi Qualche fiata, ché lo specchio al fine
Cosa è da comportar, tutto che spesso Accresca in noi la vanità natia. Tanto sia detto intorno agli ornamenti, E 'l viver come moglie. Alquanto avanti
Trapassar mi convien, poi che le nozze Ordinate non fur perché le donne Sol divenisser mogli, che ciò fora Spezie di servitù, ma perché quinci
Ne divenisser madri: il figlio è frutto (Se no 'l sai) de le nozze, e questo frutto È dolce sì, che la dolcezza sua Può temprar mille amari ond'è condita
La gravidanza e 'l maritale stato. Lascio che a noi, che padri e madri siamo, Reca estremo contento il veder nati Figli de' nostri figli, e molto tempra
La doglia del morir, riconoscendo Noi stesse ne' nipoti, in cui speriamo D'aver morendo una seconda vita: Però se fia che Dio ti faccia madre,
Odi quai sian di madre diligente Le parti. Nato il figlio, a me non piace Che 'l costume tu segua ingiusto et empio Di quelle donne ch'a' figliuoli loro,
Che nel ventre portar, negano il latte. Ben vediam tutto il dì molti animali Gli altrui parti nodrir, ma non vediamo Però mancar a' proprii: or qual più alpestre
Fera è de l'orsa? e pur verso i suoi figli Tenera è sì, che la salute loro Stima assai più che la sua propria vita. In tutto nega dunque d'esser madre
Chi nega a' figli il latte, e 'n tutto nega D'esser donna colei, che d'ogni fera È contra i proprii figli assai più fiera. Impara dunque ad esser donna, e madre,
Donna e madre pietosa. Io non vorrei Però che per soverchia tenerezza Gli allevassi vezzosi e delicati: Perché, se ciò disdice a' cittadini,
Come a noi starà ben, che nati siamo A continue fatiche, e non abbiamo Riposo mai né 'l giorno, né la notte? I maschi sian tua cura infin che il passo
Movan più fermo, e possan con la verga Cacciar al pasco il mansueto armento: Che da quel tempo in su del padre dee Esser uffizio l'insegnargli quello
Ch'a lor s'aspetti, e castigargli, quando Pertinaci ei gli truovi o negligenti. De le femine poi la madre sempre Il pensier aver dee, né pur lasciarle
Già mai d'un passo, se gelosa è punto De l'onor proprio; e ciò finché cresciute A l'età più matura, il padre prenda Cura di maritarle, a cui s'aspetta,
Non a la madre, il ricercar partito Conveniente al grado, et a la dote. Perché poi l'esser data ad Aristeo, Che per uomo di villa è ricco assai,
Farà che tu terrai famigli e serve, T'insegnerò come portar ti deggia Con lor, se brami d'acquistarne il nome Di patrona amorevole e prudente.
Sarai dunque con lor per mio consiglio Non aspra, non crudele, e non superba, Né troppo anco piacevole: che quello Partorisce odio estremo, et è cagione
Di licenza quest'altro, e di disprezzo. Dunque al mezzo t'appiglia, e giungi insieme L'esser con lor piacevole, e severa. Avertisci anco di non esser mai
Scarsa con lor del meritato cibo E del dovuto premio, essendo queste Sole e prime cagion di far che i servi Non curino tesor di libertade.
Non ti fidar di lor, che nulla è peggio Del fidarsi de' servi, de' quai s'uno Fedel tu ne ritrovi, è sorte e quasi Contro natura: abbi pur sempre l'occhio
A le cose più care, e se non vuoi Esser fraudata, non lasciar che alcuno Di lor dopo te vegghi, e di te primo Abbandoni le piume, ché il fidarsi
E l'esser sonnacchiosa son due cose Che mai non partoriscon se non danno. Non so che dirti più perché mi pare D'aver detto a bastanza, et a te tocca
L'osservar quanto udisti, e ricordarti Che chi consiglio ascolta e non sen vale, Senza suo pro da sezzo alfin sen pente. Qui tacque Aresia, e perché già s'udia
Cantar per tutto il vigilante augello Che de la mezza notte altrui dà segno, E già mancato in tutto a l'unta e negra Lucerna era il liquor che nudre il lume,
Del foco avendo le reliquie estreme Sotto il tepido cenere coverte, Senza più dimorar, le membra al sonno In preda dier, sovra l'usate piume.
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