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1553–1617

Egloga quarta decima

Bernardino Baldi

Molto s'adira, e l'abbaiar rinforza, Ida, il nostro Melampo: esser non puote Che comparir non veggia od uomo o fera. Già non latra egli a l'ombre, et ha la luna

Da sorger anco: muovi, e vedi a cui Tanto si mostri irato. A che non prendi Lo spiedo, folle, or che la cieca notte Conforta al depredar ladroni e fere?

Chiama Leone ancor teco, feroce Strangolator degli affamati lupi. Sta': parmi di veder, se non m'inganna L'occhio e l'oscuro, a noi venir Corisco.

Egli è, non altri, e se ne vien, mi credo, Per godersi con noi sera sì fresca. Micone, e questa il cielo, e mille e mille Notti conceda a te felici. Io vegno,

Come soglio talor, per passar teco Il tempo ragionando, in fin che il sonno E la stanchezza al riposar ci chiami. E giorni e notti et anni a te seconde

Sian le sorti, Corisco. Ora vedesti, Dimmi, già mai seren più puro, e chiaro? Pèrdevi ogni zafiro, e non v'ha specchio Sì terso. Or siedi qui, dove più dolce

Colà di verso il mar sospira l'aura. Eccomi. Oh come ben in questo ciglio Mi corco! or sì che poco men potrei Ad una ad una annoverar le stelle.

Hai veduto, Micon, quella cadente, Che tratto ha dietro a sé sì lungo il solco? Sì; mira tu quell'altra. Io vo temendo Ch'avrem diman del vento, e questo segno

Già mostrommi, e molti altri, un nocchier greco Che, amico di mio padre, uno o due giorni Fece con noi dimora. E tu Corisco, Dimmi, conosci i lumi ond'arde il cielo?

Già v'attesi io, mentre sul fior degli anni Miei seguia il vecchio Uranio, a cui secreta Non fu cosa celeste. Oh mia ventura!

Ben per me sei tu meco, e 'l ciel sereno. Ida, accheta, Melampo, indi se vuoi Siedi quivi in disparte, e tu commincia A spiegarmi le stelle omai, Corisco.

Cosa lieve non è questa che chiedi, Micone, e molte e molte notti il sonno Scosse dagli occhi a quegli antichi saggi Ond'è chiaro l'Egitto, e 'l suol caldeo.

Io quel poco dirò che già n'appresi. Né più dirne potrei: sì tosto l'ora Fia di ritrarsi a visitar le piume. Prima, come ne' prati e ne le piagge,

Di grandezza diversi, e di colori Sparge i fior primavera, in ciel natura Sparse anco i lumi. Alcun di lor risplende Come ardente facella, altro secondo

A questi ha il luogo, et altro have il sembiante Di quelle lucciolette che vediamo Scintillar colà giù, dove mature Cominciato hanno a biancheggiar le biade;

Altri son vie più foschi, altri splendore Quasi non hanno in sé, ma via più tosto Sembrano agli occhi altrui picciole nubi. Questi sì innumerabili, infiniti,

Quei potria numerar, che potesse anco Dir quante frondi al maggio hanno le selve, E quante arene han le marine rive. Ciò conobber gli antichi, onde sagaci

In quarant'otto imagini diviso Posero a sé dinanzi agli occhi il cielo, Di cui dodici sole ebbe quel cerchio, Per gli spazii di cui lunghi, et obliqui

Movon le ruote il sole, e gli altri erranti. Ma non so ben se la memoria a punto Mi servirà nel raccontarne i nomi. Tenta, fanne la prova: io non potrei

Narrarti a pien quanto il tuo dir mi piaccia. Eccoti: due son l'Orse, una più grande, L'altra minor, v'è il Drago, èvvi Cefeo, Boote, la Corona, Ercole, il Cigno,

Cassiopea, la Lira, e quei ch'è cinto Dal Serpe luminoso; èvvi Perseo, Il Delfin, la Saetta, indi l'Auriga, Due Destrier ch'han le piume, una figura

Di tre stelle composta, et èvvi insieme Andromeda, e l'augel ch'è sacro a Giove. Le dodici son poscia: il Monton chiaro Per la lana de l'oro, il Tauro, i due

Gemelli, il Granchio, indi il Leon feroce, La Verginella e la Bilancia, il negro Scorpion, quei che saetta, il Capricorno, Lo spargitor de l'acque, e i Pesci algenti.

Quest'altre son ver l'Austro: il Mostro orrendo Del mare, il Fiume lucido, la Lepre, I due feroci Can, l'Idra, la Nave, Orion d'arme cinto, il Corvo, il Vaso,

L'altra Corona, e l'altro Pesce, il Lupo, Chiron nobil centauro, e 'l sacro Altare. Mentre tu dici, numerato ho meco I nomi su le dita, e sì ritrovo

Mancarne al numer una, e non è lieve Certo il dir molto, e non errare in parte. Error non v'è, ma quel ch'error ti sembra Quinci vien, che quasi un tu credi quello

Che annodato è dal Serpe, e pur son due, Poi ch'altro è l'angue, et altro l'uom ch'è cinto. M'accheto. Ma com'è che tu non parli E del Carro e del Corno, e lasci a dietro

I Mercanti, il Bastone, e la Gallina Che i pulcinetti ha seco? or non son queste Lucenti stelle, e conosciute in cielo? Sono, e dette l'abbiam, ma sotto nomi

Diversi, perché gli altri han solo in uso I nocchieri, i bifolci, e i pescatori. L'Orsa minore è il Corno, e la più grande Il Carro; l'altre due tutte rinchiude

D'Orion l'ampia imago, e la Gallina De l'imagin del Toro anch'ella è parte. Orsù, fin qui la lingua; ora le dita E la lingua oprerai: fia libro il cielo,

Ove a me leggerai quanto desio. Volgiti là donde Aquilone il verno Soffia il freddo e le nevi, alza le luci: Vedi tu il Carro?

È sovra modo chiaro. Mira quelle due stelle che le ruote Di lui sembrano estreme, e stendi il guardo Diritto ad ambedue verso la parte

Ove di stelle è men copioso il cielo. E poi? Che vedi? Una stelletta sola

Di splendor mediocre. Amica luce È quella a' naviganti, e loro è guida Per gli ondeggianti, e spaziosi mari.

La Tramontana è forse? È quella, cui La bocca alcun suol nominar del Corno. È vero, or veggio: ma quell'altre stelle,

Che fra l'Orse cosparse a cui le mira Sembran torrente o fiume, a quale imago Danno i dotti del cielo? Il Drago è quello,

Che guardò vigilante i pomi d'oro Negli orti Esperii: or vedi tu come anco Lucidi ha gli occhi, e senza sonno? È grande

Certo, e splendida imago. Alcide è quelli, Che di stelle adornato il Drago preme, Alcide che purgato al rogo d'Eta

Fu dal gran padre suo rapito al cielo. Che son poi quelle stelle a lui vicine, Simili a mezzo cerchio, in fra' quali una V'è più de l'altre chiara?

È la Corona Che donò Bacco ad Ariadna, alora Che Teseo abbandonolla, egli l'accolse. Mira Cefeo là su men chiara imago,

E la mogliera sua, mira quel foco Che par da l'onde uscir: quegli è Perseo Liberator d'Andromeda; il reciso Orrendo teschio di Medusa, ch'egli

Sostien, non appar anco. Il Delfinetto Mal si puote veder, fosco, et a pena Del mare uscito. La Saetta è quella, Che 'l ferro mostra lucido, ma l'asta

Poco chiara, e le piume. Io non la veggio. Non puoi non la veder, se volgi il guardo La 've 'l Delfin ci nasce. Orsù contempla

Fra Cefeo e la Saetta, entro a quel bianco Che 'l ciel divide: il Cigno è quella vaga Imagine che vedi, e bene appare; Sì lungo il collo stende e l'ale spiega.

L'Aquila anch'essa è nel medesmo chiaro Del ciel, poco lontana al ferro alato; Quell'altra luce poi, che sì fiammeggia, Fra 'l Cigno posta, e l'Aquila, et Alcide,

D'Orfeo la cetra fu, soave ordigno, De le mense compagno, e de le Muse. Io veggio colà su, dov'io notai La corona di Bacco, un altro curvo

Tratto di stelle, il qual si stende tanto Ch'a l'Aquila s'appressa: or qual figura È questa? un drago parmi. Un drago a punto,

Ben t'apponesti; e quei che ne vien cinto Non so ben s'Esculapio, o sia Forbante. Ora che dirai tu s'ancor m'appongo? Che sì ch'io ti so dir come si chiami

Quell'imagine là, ch'è sotto a' piedi Al cinto dal Serpente. Ella è di certo Lo Scorpion che dicevi: oh come torce Quel che n'appar de la funebre coda!

Le braccia ha men lucenti, e par che a dietro Timido le ritiri: or se indovino Son, lodami, Corisco. È tanto al vero

Questa simil, che premio io non ti serbo. Quelle due stelle cui lo spazio cede Son le Bilance, e sopra lor la bella Vergine, che le libra.

Oh come splende La luce che l'adorna! è de le prime Quella, Corisco? È de le prime certo,

E si chiama la Spica, io credo forse Però che quando il sole a lei s'appressa Già son tutti di spiche ignudi i campi; Altri suole affermar che questa imago

Sia Cerere Eleusina, e quinci in segno Aggia quel frutto che sbandì da noi Le ghiande, ond'ebbe vita il mondo infante; V'è tal che afferma ancor questa esser l'alma

Diva del giusto, che aborrendo l'opre Inique de' mortali, al ciel ritorno Fatto se n'abbia, onde a l'età de l'oro Con l'altre sue compagne ella discese:

Né ciò falso mi par, che se ciò falso Fosse, non si vedria di giusto sangue Sparsa la terra, le ricchezze altrui Non saria chi rapisse, onore a' padri

Porterebbono i figli, i casti letti Non foran violati, e ne l'inferno Sarian l'invidie (acerbi mostri) e l'ire. Così va il mondo; e chi resister puote

Al corso de le cose? Un sol rimedio Par buono a me, che in questa età del ferro Abbiam noi l'opre, e i pensier nostri d'oro. A le stelle torniam dunque, e la cura

Di far che la giustizia a noi rivoli Lasciamo a quei potenti al cui governo, Com'è voler del Ciel, soggiace il mondo. Tu parli da prudente. Or volgiam dunque

La faccia a' monti, ove si corca il sole. Quelle due stelle che tu miri ardenti, Con altre appresso assai lucenti, e chiare, Son nel Leon celeste; il Granchio a pena

Veder si può, sì nubilosi, e foschi Sono i lumi onde egli arde; i due Gemelli, Fiamme a' nocchier benigne, omai vicine Sono a l'occaso, e là sovra la villa

Sembran cader di Mopso; il chiaro Auriga Guida il suo carro in su l'oscure cime De' monti, per celarsi; d'Orione Poco appar già, benché lucente e grande.

Corisco, vedi tu l'antica selva De l'elci, ove l'altrier Cinulco uccise Quell'orso così grande? io scorgo sopra Lei, ma basso però, di molte stelle

Raccolte, il cui splendor vince d'assai Quel de l'altre vicine: or qual figura È questa? fa' ch'io il sappia. Ella è il Centauro

Chiron, che saggio entro l'altero petto Destò valor del giovinetto Achille. L'altre stelle men chiare a lui vicine Sono il Corvo, l'Altar, la Tazza, e 'l Lupo.

Mentre con gli occhi a parte a parte torno Per le luci maggior che tu m'hai mostro, E quasi a mezzo il cielo inalzo il guardo, Veggio una stella luminosa e grande,

Che da tre men lucenti in mezzo è chiusa: Dimmi il suo nome. Altri chiamar Boote Sòl questa, et altri Arturo, e pigra è detta,

Però che posta ove assai tardo è 'l cielo, Tardi discende a ritrovar l'occaso. La luna esce dal mare, e vie più grande È de l'usato, e rubiconda: certo

Del vento avrem, pur come tu dicevi. E ci spedimmo a tempo, ché non bene Veggionsi i minor lumi, alor che Cinzia Di candido splendor l'aria diffonde.

Già tre dì son che la vedemmo opposta A la luce del sol, che 'n mar cadea. Onde, se non m'inganna un mio secreto, Tocca la notte già de l'ora terza.

Non è secreto a me questo secreto Che tu dici, o Micon, ma senza ch'io Altro conto facessi, avea negli occhi Che già del sonno, e del riposo è l'ora.

Com'esser può che già da le palpebre Tu sia chiamato al letto? io vegghierei, Bramoso d'imparar cose sì belle, Quando più lunghe son l'intiere notti.

Tempo avrem più opportuno; ancora molte Stelle t'ho da mostrar, ch'agli occhi nostri L'altro emispero asconde: è lungo l'anno, Né sempre è fosco, e nubiloso il cielo.

Corisco, io dormirò; ma così fisse Ne la mente mi son le cose udite, Che dormendo anco, io mirerò le stelle. Se tu le stelle, io sognerò il soggiorno

Dolce che fatto ho questa sera teco. Cento grazie ti deggio, e cento, e cento Te ne rendo or parlando, e mi riserbo Di far ch'a' detti miei rispondan l'opre.

Deh resta meco: agiato letto avrai Entro stanza apprestato asciutta, e fresca. Teco esser vorrei sempre, e sonvi quanto A l'animo s'aspetta, ma tu sai

Che mal dal tetto suo dimora lunge Chi v'ha lasciato e la mogliera e i figli. Vanne dunque felice. E tu felice

Rimani. Ida, Licorma, e tu Creonte, Prendete l'arme vostre: itene seco.

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