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1553–1617

Egloga quarta

Bernardino Baldi

T'intendo: tu vuoi dir che tu vorresti Al naturale amore aggiunger l'arte, Et hai ragion, ché ne la nostra vita Ha questa ancor gran parte. Io spesso ho visto

Per virtù di costei l'acqua che scende, Contro la sua natura, alzarsi in alto. Ho visto (cosa che natura mai Per sé non avria fatto) un tronco solo

Nutrir diversi frutti, e de' non suoi Pegni carco innarcarsi il verde ramo. Ho visto giovenetta anco, che mentre Semplicetta sen gìa sprezzata e 'nculta,

Amante alcun non ebbe, ma dapoi Che del parer più bella apprese l'arte, E seppe quanto giovi il crine e 'l velo Comporsi et adornarsi, e 'n su la fronte

Con giudizio dispor rose e ligustri, Fu da mille bramata, e quel che inculto Il natio non ottenne, il culto ottenne. Vedi tu questo volto, e questa chioma,

L'un crespo, e l'altra bianca? Anch'essi un tempo Fur da l'arte coperti, e parvi a molti Giovanetta anco e fresca. Or odi omai Come fanciulla, et inesperta deggia

Comminciare ad amare, e la mia etade, L'esperienza mia sia per te spesa, Sì che apprendendo tu quanto udirai, Sii giovane e prudente:

Cosa che raro accade A giovenetta mente, Se pria di saggio i detti ella non beve. Molte tu troverai rigide e dure

Ne le cose d'amor, così credendo D'esserne riputate e sante e sagge. Et altre in guisa poi lascive, e molli, Che senza elezione,

Senza giudizio alcuno, Per parer forse altrui grate e cortesi, Dan loco entro al lor petto a molti amanti. Ambedue vane a un modo,

Ambedue tanto folli Quanto si tengon sagge: il non amare Conviensi ad una tigre, ad una selce, Ma l'amar troppo è segno

Di non pudica, e non onesta donna. Tu da questi due estremi in quella guisa Fuggi, che suol nocchier cauto e prudente Fuggir Cariddi e Scilla; in ogni cosa

È il modo, cui chi varca, a forza varca Le mete de l'onesto, e dà nel vizio. Dunque ama, et ama un solo, e questo eleggi Con maturo giudizio, ch'ogni cosa

Al fin qui si riduce, e troppo importa Veder in qual terreno Tu debba del tuo amor por le radici. Però ne' dì solenni, alor che intorno

Soglionsi circondar con lunga pompa Tre volte i campi, e le mature spiche; O quando sotto il tetto, o sotto l'ombra Di qualche opaca quercia, od elce, od alno,

La lieta gioventù s'aduna al ballo, Eleggi a cui tu dica entro al tuo core: Te sol amo, te bramo Consorte nel mio amore.

Ti debbo anco avisar che non ti fidi Di questi che sul fior de' lor primi anni Hanno sì vago, e sì polito viso: Perché presti a l'amar, si sazian tosto,

E tosto cangian voglia, e son più lievi Che lieve arida fronde, e più fugaci Che 'l vento, l'aria, e l'onde, il cui pensiero Tanto di stabil ha quanto la Luna.

E non son quattro giorni Ch'una mia conoscente cittadina, Sovra un bel libro che dorato intorno I nastri avea di colorita seta,

Leggea d'un giovanetto inamorato, Ch'amando a un punto e disamando, ingrato L'amata abbandonò che gli era in braccio, E senza alcun timor seco dormia.

Tu impara a l'altrui spese, e se mi credi, Guardati da color come dal foco, Che con tepido ferro e molle vetro Crespandosi le chiome,

Uomini per natura, Femine per costume, Indegni son de l'uno e l'altro nome. Eleggi pur chi il mento aggia vestito

D'ornamento virile, e sovra tutto Sia d'animo viril, come di volto. E se bello ei si trova De le bellezze interne, fa' che molto

Tu non curi l'esterne, che qual fiore, E de' morbi, e del tempo, e de' pensieri Temon le brine e 'l verno. Io già non voglio Che sia rozzo e difforme, che vorrei

Cosa fuor di ragion; come vorrei Cosa fuor di ragion, se la ricchezza Ti consigliassi a bramar sola in lui, Instabil dote, e disprezzare intanto

La lealtà, la fede, e la bellezza. Ho gran piacere Che tu m'intenda: ma più grato assai Mi fia, quando udirò che tu mi creda.

Or attendi, e saprai come tu coglia Ne le reti d'amor l'eletto amante. Pria con furtivi sguardi, e con soavi Maniere lo invaghisci, ma con modo

Celato sì ch'a pena ei se ne aveda, Ned a se stesso creda che tu l'ami. Cui se pigro vedrai, sì che si mova Tardo per se medesmo, e tu l'alletta

Con soavi maniere in guisa tale Che 'n lui cresca il desio d'esserti amante. Se ti parerà poi che troppo audace Ei ti si scopra, ritrosetta, e dura

Tu a l'incontro ti fingi, e 'nduci in lui Riverenza e timor, ma non in guisa Che tu la speme uccida, senza cui Ne' nostri petti amor già mai non nasce.

Quando poscia vedrai ch'egli sospiri Spesso, con volto pallido e tremante In te fisi lo sguardo, e teco sembri Parlar con gli occhi, ancor che ne la lingua

Abbia muto silenzio, tien per certo Che già del visco tuo sia fatto preda. Nel mostrarsi a l'amante anco v'è l'arte, Perché la troppa copia fa che meno

Care sembran le cose; e benché il sole Sia grato sì, quando è sereno il giorno, Ben è più caro, e desiato alora, Ch'in mezzo al freddo verno,

Mentre è coperto il cielo Di fosco umido velo, Nega a noi la sua luce, E lunghissime notti al mondo adduce.

Se vuoi dunque che in lui cresca il desio, Fa' che ti veggia, ma veduta a pena, Da lui fuggi, e t'invola. Galatea Udi' lodar perché percosso in prima

Con un pomo di furto il suo amatore, Lasciatasi veder, fuggì fra' boschi. Quando il tuo vago poi dar ti volesse Un vezzo di coralli, un velo, un fiore,

Non vuo' che tu ricusi; ma presente Non accetti maggiore, Che ciò segno saria d'animo avaro, E disonesto insieme.

Talor vuo' che tu finga esser irata Per qualche gran cagion, sì che ne tema Di perder la tua grazia; né, se tenti D'aprirti sua ragion, vuo' che l'ascolti:

Perché se ben Amore Per sua natura piace, ei piace meno S'altri con qualche amaro No 'l fa parer migliore:

Come men dolce è 'l mele A chi non gustò pria Quanto sia amaro il fele. Scaltra et accorta io ti vorrei: ma tale

Che non fossi bugiarda et infedele, Ché l'esser fraudolente e traditrice, Oltra che in tutte è male, è via peggiore In donna amata, poi ch'ella tradisce

Colui che le diè il core, e 'n lei si fida. Lascia, lascia quest'arti a le sirene Che negli alberghi regii, e ne le Corti, Con canto micidiale,

Con beltà falsa e finta, Sotto le vesti di broccato e d'oro Hanno il velen de' serpi, e gli infelici Guidan cantando a doloroso fine.

Lunge, lunge da noi, che ne le ville Godiam riposo e pace, E l'ore abbiam tranquille, Questi mostri infernai, queste Medee!

Questo è quanto per ora io devea dirti, O mia dolce Licori, De l'arte de l'amare, et al presente Più non soviemmi; altra fiata poi

Ne parlerem più a lungo, bench'io creda Ch'a te, che sei d'accorto e pronto ingegno, Tanto possa bastar quanto n'udisti. Il che se osserverai, tranquilla ognora

Ti goderai l'età che come il vento Repente a noi s'invola, e ciò fin tanto Ch'Amor teco fia re: ma s'ei volesse, Come sovente vuole,

Sovra la tua ragion farsi tiranno, Tu con un giusto sdegno Ritira il piè dal suo non giusto regno.

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