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1553–1617

Egloga quarta

Bernardino Baldi

Sì dolce è la stagion, sì puro è 'l cielo, Che forza è pur ch'io m'allontani alquanto Da l'odioso tetto; oltra che questo Giorno sacrato a Pan debbesi solo

Impiegar ne' diporti, e ne' piaceri. Ma dove andrò? Non so se a goder l'ombra De l'opaca selvetta degli allori, O verso il fonte pur del dio Silvano,

Ch'uscendo da la grotta ombrosa e fresca, Riga il vicino prato: al fonte voglio Più tosto trasferirmi, ove se fia Che la figlia vi trovi di Montano,

Di Liddone, o di Fauno, o ver qualche altra De le compagne mie, più dolce assai Andrò passando, e più soave il tempo. Dio ti salvi, o Licori: ove ten vai

Così soletta? Ero inviata al fonte Qui di Silvan: ma tu dove sei volta, Tisbe mia cara? e perché sì di rado

Veder ti lasci? e tu sai pur ch'io t'amo De la mia madre al paro. Io me n'andava A ritrovar Licinia tessitrice,

Che avendomi promesso, ha già gran tempo, Di rendere una tela, i giorni ai giorni Sen va giungendo, e non mi osserva fede. Ben la conosco; et ella è a punto tale

Qual tu mi dici: ma di grazia vieni Meco alquanto a posar, mentre anco il sole Quasi arrivato al mezzodì n'invita Al riposo et a l'ombra.

Io son contenta, Sì m'è dolce esser teco. Oh come ride Quest'aria, e questo prato: odi, ti prego, Come soavemente mormorando

Scorre l'umor da questo sasso, e mira Se non par che quell'onda, Cinta d'erboso margine d'intorno, Alcun di quei fiori ami,

E di baciarlo brami. Non vedi tu com'ella Più de l'usato suo si mostra bella? Chi sa che a quel narciso,

Od a quel bianco giglio, Od a quell'amaranto Che le s'infiora a canto, Ella non apra il tremolante riso?

Segno è del loro amore L'inchinarsi del fiore, E la gran cortesia Ond'ella dolce invia

A le radici sue fresco e vigore: In sì lieta stagione Il cielo ama la terra, Ama la terra il cielo,

Amansi gli animali e gli elementi; Né per altra cagione Cantan sì dolce gli amorosi augelli, E gli usati concenti

Destano sussurrando Pe' prati l'aure, e per le selve i venti. Ma tu, quando ogni cosa arde d'amore, Licori, e sei sì giovane, e sì bella,

Dimmi, come la passi? ami o non ami? Par che te lo indovini: amo, e non amo. Tu mi burli, e mi scherni: or come puote In un medesmo loco,

In un medesmo tempo, Dimorar l'acqua e 'l foco, e dentro a un core Odio insieme, et amore? Or mi dichiara Ciò che tu vogli dir, ch'io non t'intendo.

Ecco ch'io mi dichiaro: amo l'onore, E la verginitate, odio colui Che sotto finto amore, Cercando il mio disnor, copre l'insidie.

Tu parli saggiamente, e ben dimostri Che quanto hai biondo il crine, Altretanto canuto hai dentro il senno. Pur se tu ritrovassi un qualche amante

Che né 'l tuo mal, né 'l tuo disnor cercasse, Et a te del tuo amor paresse degno, Dimmi, amarestil tu? Non so: sì poco

Son ne l'arte d'amare instrutta e scaltra. Pazzarella che sei! Ben si conosce Che non conosci amor, poi che non sai Come egli affini i rozzi ingegni, e faccia

Acuti gl'intelletti: è gran maestra Colei che insegna agli augelletti il volo, Il nuoto a' pesci, il mormorare a l'acque, A l'ape, a la formica

L'industria, e la fatica: Ma via miglior maestro è quei che giunge Con strettissimi nodi agl'infecondi Olmi l'edre e le viti, e ne le selve

Fa men timidi errar le damme e i cervi. Non v'ha maggior maestra De la necessitade Del sostentar la vita; e pur chi vuole

Trar da la terra il frutto, e solcar l'acque, L'arte pria di ciò far convien ch'impare. Tu mi consigli ben: ma ne la mente Mi nasce un dubio da le tue parole,

E questo è ch'a me par che non stia bene, Né convenga al decoro D'onesta verginella, Come tu dici, il procurarsi amante:

Anzi a l'opposto pare Noi dever aspettar d'esser amate, Servite e vagheggiate, e non cercare Qual siasi degno o no del nostro amore.

Ogni cosa arte vuol: l'uccellatore L'esca in guisa discopre, e 'l laccio asconde Sotto le verdi fronde, Che 'l semplice uccellin vi cala, e quando

Si crede predatore, Non s'accorgendo, si ritrova preda. Non più, non più, t'intendo: ora ripiglia Pure il ragionamento.

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