Ne la stagion che più cocente il sole Doppia dal sommo ciel diffonde arsura, Quando più ferve il giorno, e quando a l'ombra Di qualche antro muscoso o pianta opaca
Sogliono ricovrar gregge e pastori, Dameta et Aristeo, presa la falce, Che co' mordaci denti il piè recide A le dorate biade, in verso il campo
Con molti altri n'andar, quasi guerrieri, Ch'udito il suon de la canora tromba, Sen vadano a trattar l'arme di Marte. In loco de le spade il curvo ferro
Lor armava la destra; in vece d'elmo Avean lieve capel, che col suo giro Da l'offese del sol gli difendea; E 'n loco di corazza o forte usbergo,
Un bianco, e rozzo lin, che lor copria Il petto, il tergo, e l'uno e l'altro fianco. Armati di quest'arme, e giunti dove La messe gli attendea, distesi in filo,
Tutti ad un tempo incominciar l'assalto. E curvi ne le spalle il pugno empiendo De la sinistra man di bionde spiche, Le recidean con la dentata falce.
Cadean le biade, e l'ordine primiero Si confondea de' mietitori in guisa Che tal già di quel campo era l'aspetto, Qual in riva del mare è de l'arena,
Che con flutto inegual l'onda percuote, Quando Dameta, ad Aristeo rivolto, Che intento a l'opra sua, già mai non s'era Discostato da lui pur un sol varco,
La voce alzando, in questa guisa disse. No 'l nego già: ma quanto è più tranquillo L'animo di colui che s'affatica Di confortar il misero, altretanto
Il consiglio è miglior, poi che al sereno De' sensi interni suoi nebbia d'affetto Tenebre non induce: affetto è amore Che quasi edra seguace atterra al fine
L'edifizio de l'alma ov'ei s'appoggia. E ben fu detto fiamma, poi che a punto A la fiamma simil, s'uom non lo smorza Con onda di ragion, mentre s'apprende
Fa quello effetto in noi che si farebbe, Quando gagliardo più spirasse il vento, Dal seme de l'incendio in questi campi. Nativa è nel leon la feritate,
E pur col lungo tempo ei se ne spoglia; Nativo è in molti frutti il succo acerbo, E pur, s'è coltivato, ei vien soave: E tu creder non vuoi che questo foco,
Che poco pria che si destasse in noi Null'era, col voler che tutto vince, Non vada in fumo, e 'n nulla anco ritorni? Ma poniam pur che tu non possi in tutto
Smorzarlo in te col tuo giudizio, almeno Tempralo in parte, e fa' come l'auriga, Che col morso corregge, e con la sferza Corsier perverso et ostinato; e 'n tanto
Potrai con più prudenza i passi e l'orme Seguir de la tua donna, e 'n breve tempo Sperar in questa guisa d'arrivarla. Benché, se tu mi credi, assai fia meglio
Per te il fuggir che 'l seguitar costei; La qual, mirando al duol che 'n te discopro, Non so se dir mi deggia o donna o fera. Fatta a punto la donna è come l'ombra
De' nostri corpi, che seguita, mai Arrivar non si lascia, et a colui Che s'invola da lei sempr'è a le spalle. Né ti maravigliar se tu mi senti
Meglio parlar d'amor che non conviene Ad uom qual io mi son: ch'oltra che l'uso Lungo, e la lunga età, maestri rari, M'hanno insegnato assai, molto anco appresi
Dal toscan mago Arunta, alor che essendo Fanciullo ancor, le gregge sue pascea: D'Arunta, a cui de l'erbe e de le pietre Fur le virtù palesi, degli augelli
Il volo, il cibo e 'l canto, e quel che importi Tremante ancor dentro l'aperto ventre D'immolato animal fegato o fibra. Così dicea Dameta, a suo potere
Racconsolando il travagliato amico: Quando spuntar dal colle a lor vicino Viddero i mietitor Cibale ancilla Del signor de le biade, il capo carca
D'un bianco e largo cesto, e le man gravi Di gran vasi di vino, onde da lunge La salutar con favorevol grido: Et ella poi che giunse in terra, stese
Là, dove porgea un sasso umore et ombra, Le portate vivande, e lasciò loro Sovra la tronca messe in giro assisi Donar ristoro a l'affannate membra.
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