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1553–1617

Egloga ottava

Bernardino Baldi

Non sempre ne le selve, e 'ntorno ai lidi S'odono risonar rustichi accenti, Né sempre al suon de l'incerate canne Da le cave spelonche Eco risponde:

Perch'ove Febo è conosciuto, et ove Son conosciute le celesti Muse, Forz'è talor d'alzarsi, e da' pastori Trapassar anco a celebrar le lodi

De' chiarissimi regi, e degli eroi, E far sì che rimbombi, ove s'udia Di selvaggia zampogna inculto strido, Di guerriero metallo altero carme.

Già l'altezza maggior del sommo cielo Varcata avea la notte, e 'n ver l'occaso Traea tacita seco i sogni e l'ombre, Torbida schiera paventosa e lieve,

Quando, lasciate l'oziose piume, Il vecchio Mopso, dal dolor compunto De l'acerba memoria di quel giorno Che 'l suo caro signor tolse di vita,

Uscì fuor de l'albergo, e mentre il piede Movea per gir là 'v'egli avea il pensiero, Incontrossi in Glicon, che verso l'onda Armato se ne gìa di canna e d'amo,

E conosciuto lui sotto l'incerta E tenebrosa luce de le stelle, Salutollo, e parlogli in questa guisa. "Figlie del Sol, che sotto amara scorza

Chiuse le belle membra, ancor piangete Del fulminato frate il caso acerbo, Ben rinfrescar il pianto oggi devete, Mentre sfogo il dolor che maggior forza

Ognor riprende, e più si fa superbo, E concordi al mio plettro Di doppio il suol rigar liquido elettro. È morto il gran Ferrante, e morto giace

Seco quanto valor, quant'ebbe gloria, Mentre visse qua giù, l'Italia e 'l mondo. Pur, benché del suo fral morte vittoria Aggia, la fama sua chiara e vivace

Il cielo empie, la terra e 'l mar profondo, E s'ode in nobil carme Alto sonar di lui le glorie e l'arme. Canta com'ei da la focosa stella

Scese di Marte ad onorar quell'acque Ch'han l'ossa in sen de l'indovina Manto; Come uscio dal gran fianco il dì che nacque De la felice, e nobile Isabella,

Senza pur dimostrar segno di pianto, E che le Parche il velo Gli ordir del più fin or che splenda in cielo. Come l'augusta, e gloriosa chioma

Cinta di quercia, e di vivace lauro, Rintuzzò de' nemici il ferro e l'ira: Rivolse in fuga il Gallo, il Trace, e 'l Mauro; Negò di sparger sangue, e strugger Roma;

E come quei ch'a vera gloria aspira, Procurò veri pregi Col porre in pace i due nimici regi. Quinci, come congiunto ardire et arte,

Prodigo del suo sangue, in mille imprese Adoprò il ferro, e non curò di morte: Il ferro, ond'egli il fatal nome prese, Il ferro ch'al suo fianco addattò Marte,

Perché l'oprasse, e giusto, e saggio, e forte, E fosse usbergo, e scudo Contro i tiranni a l'innocente ignudo. Com'al fin poi dopo famose prove

Felicissimo in pace un tempo strinse De' Siciliani il freno, e degli Insubri; E ministro fedel parte indi estinse Le genti averse al suo terreno Giove,

Parte eresse al celeste alti delubri; E di diamante armato, Vinse l'invidia, la fortuna, e 'l fato. Come dunque stimar devrassi estinto

Chi miglior vita in miglior parte vive, E lasciato il mortal gode l'eterno? Chi dà maggior soggetto a l'alme Dive D'ambo gli eroi d'Atene, e di Tirinto,

Che sostennero il ciel, vinser l'inferno? Chi già nepote vede, Del suo valor, come del nome, erede? Cessa dunque dolor che 'l cor m'ingombri,

Cessa di far ch'in pianto io mi consumi, E 'n parte cedi al mio miglior pensiero: Concedi ch'io, pria che i minuti lumi Accendendo la notte, il mondo adombri

Con l'opaco de l'ale orrido e nero, In questo tronco incida L'alta cagion de le mie amare strida. Pastor, voi che talor, quand'arde il giorno

E co' raggi la terra il sol percuote, Quest'ombre vi godete a l'erbe in grembo, Lette queste mie meste, e flebil note, Rigate lagrimando il tronco intorno,

E sparsovi di fiori un largo nembo, Pregate anzi il partire Che dolce ognor per lui Zefiro spire'. Così Glicon cantava, e 'n tanto il sole

Di purpureo color tingea le nubi Per l'oriente, onde le verdi cime De le più eccelse piante apparian d'oro.

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