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1553–1617

Egloga ottava

Bernardino Baldi

Dio sia teco, o Glicone: ove ten vai Sì frettoloso, e qual cagion ti spinge Sì per tempo a involarti ai tuoi riposi? Or che dormono ancor fra l'onde i pesci,

Or che posan le fere e 'ntorno a questo Lago non vola pur folica o mergo? L'inopia, o Mopso mio, che mai non dorme, Né riposo già mai concede intiero,

Da l'albergo mi caccia, e vuol pur ch'io Giunga, per sostentar l'afflitta vita, De la gelida notte al dì gran parte. Ma tu, che ricco sei d'oro, d'armenti,

Di terreni, e di servi, a che non godi I matutini sonni, e non riscaldi De la mogliera tua l'amato fianco? Se 'l gravissimo duol ch'io chiudo in seno

M'apparesse così scolpito in fronte, Già te 'l sapresti tu, benché ancor fosche Sian d'ogn'intorno le campagne, e 'l cielo. E qual sì grave mal noiar te puote,

Ch'anco noi non conturbi, a cui tu sei, Mercé del tuo valor, qual padre caro, Se non è amore? amor che spesso desta L'ardenti fiamme sue sotto le nevi

E 'l freddo giel de le canute chiome? Altro affetto, altro duol l'alma m'ingombra, Glicon, ch'amore, e pur d'amor ei nasce, Ma non di donna; che se ben la neve

Foco cela talor, non può la fiamma Il nutrimento mai prender dal ghiaccio. Dunque, dunque non sai ch'oggi è quel giorno, Giorno a me sempre acerbo, in cui partio

Da la parte mortal del gran Ferrante L'altra che 'n lui vivea pura e celeste? In memoria di cui fin che scintilla Queste antiche mie membra avran di vita

Irrigherò di pianto i bianchi marmi Che le reliquie sue serbano in grembo. Come, s'io mi ricordo! Io so che quando Seguì sì grave danno, a pena avea

Forza di spinger remo, e 'l lungo giro De la nodosa rete addurre al lido. E ben memoria n'ho, che non fu ninfa, Non fu pastore alor, non fu bifolco,

Non fu fra queste piagge erba né pianta, Ch'a' segni non mostrasse il duolo interno. Di più ti debbo dir che questa notte, Quando per uscir fuor le porte apersi

Del mio povero ostello, un freddo orrore Pur come d'uom che sia vicino a morte Mi corse a l'ossa, e mi gelò le membra: Onde per tal cagione oppresso il core

Da gravissima tema, anzi che lunge Più mi portasse il piè, fermato avea Di tornarmen di novo entro al mio albergo; Ma poscia ardir ripreso, il passo volsi

Al destinato loco, et or te trovo, Te, cui men mi credea, soletto e mesto. Talché, se com'è ver nulla si move Qua giù fra noi senza il voler del Cielo,

Qui mandommi egli a te, perch'io devessi Teco trovarmi ad onorar col pianto L'alma beata, e 'ntorno a l'alta tomba Celebrar le sue lodi, e sparger fiori.

Saggiamente ragioni. Or dunque andianne Colà 've di cipressi il loco cinto Chiude il mesto sepolcro, a cui d'intorno In bronzi, in marmi, in scorze, in frondi incisi

Pendon mille epitafi, e mille lodi, Ove son cento usberghi, e cento scudi, Cent'elmi, cento spade, e cento insegne Di barbarico sangue asperse, e cento

Rostri rapiti a minacciose navi. Andiam: ma donde avien che 'n appressando Al sacro loco par che mi sgomenti, Et ignota cagion nel cor mi stilli

In un congiunte riverenza e tema? Taci, taci, Glicon, ch'esser dee l'alma, Che quinci intorno a visitar sen viene Quelle fredde ossa ignude, e quella polve

Onde vestita già beata visse Per sé medesma, e fe' beato altrui. Taci, e lei col pensier tacito onora, Né la quiete sua da te si turbi.

Il meglior fia che tu questa mia coppa D'argento empia di vin fumoso, e colmi Questo gran nappo tuo di bianco latte, E mentre ch'io sovra l'altar riverso

L'uno e l'altro liquore, e l'ombra invoco, Tu con prodiga man, di rose, gigli, Di pallide viole, e di giacinti D'ogn'intorno cosparga il molle suolo.

Ubidirotti, or segui. Alma beata, Alma beata, che di carne scossa, Invisibil a noi, ne sei presente,

Ascolta i nostri preghi, e prendi in grado Quanto or noi mesti ad onor tuo facciamo; Non gir, non gir colà dove lasciasti Il cener tuo sotto lontano cielo,

Ché qui giace egli, ove pietosa cura De' tuoi gran figli, ha già molt'anni, il rende Desiato e bramato al patrio suolo. Noi, mentre avren le tue reliquie, e l'ossa,

Lieti godrenci i secoli de l'oro: Avrem tranquilla pace, il dolce mele Stillerà da le querce, il Minzio, e 'l lago Fien di liquido argento, e 'l re de' fiumi

Correrà pieno al mar di puro latte. Rimanti in pace, alma beata e bella. Riman felice in pace, e voi men gravi Siate al cener che 'n voi giace sepolto,

Se giust'è 'l prego mio, gelide pietre. Glicon, già sciolto ho il voto, onde tu puoi Cantar, s'hai qualche cosa, or che silenzio Hanno ancor le campagne, e non sormonta

Col carro aurato in oriente il Sole. E che poss'io cantar che sembri eguale Al gran soggetto, se già mai non ebbi Le città per albergo, e non appresi

Lo stil che degli eroi s'adatta a l'opre? Canta ciò che ti par, perché il Ciel giusto Il voler chiede, e l'opre indi misura. Così farò. Ma mi sovien che mentre

Per le rive del Po, già son molti anni, Un dì, com'io solea, tesi avea gli ami, Un pastorel, ch'a pena ancor le gote Vestite intorno avea de' primi fiori,

Appoggiate le spalle ad un grand'alno Che stendea sovra l'onde i folti rami, Gran pezzo pianse; indi rivolto al tronco, Con un coltel ch'avea, la dura scorza

Dal sommo a l'imo suo vergò di versi, Quinci mesto partissi: io m'appressai, Tosto che fu tanto lontan che a pena Il discernea con l'occhio, al tronco, e lessi

Molte fiate l'apparenti note, E l'appresi così, che infin ad ora Fresche ne la memoria io le riserbo. Or incomincia pur, mentre quest'aura

Con dolce mormorio scuote le fronde.

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