Skip to content
1553–1617

Egloga duodecima

Bernardino Baldi

Scosta, scosta il tuo armento, o Melibeo, Da quell'ombrosa grotta, e dal fiorito Margine di quel fonte, se non vuoi A lui ch'è nostro Dio cadere in ira.

Tu sai pur quanto presto egli vi corra, Se vien punto irritato; e quanta n'aggia Dentro quel suo calluto adunco naso. Dimmi, in che offeso vien, s'entro a quel fonte

Gli assetati miei buoi lascian la sete, E se tondendo van la fresca erbetta Di quella verde piaggia? A Pane è sacra

(Se no 'l sai) quella fonte, e quella opaca Spelonca che tu vedi: egli vi suole Venir talor il dì, mentre dormendo Vuol la noia schifar del maggior caldo.

E chi ciò sa? Forse fu visto mai Da alcun qui intorno, o pure ognun sel crede? Sì, credonlo color che non l'han visto; Io no, che visto l'ho proprio con questi

Occhi, a punto così ne la sua forma, Come guardando te, te stesso vedo. E quando (se ti piace) a te concessa Fu tanta grazia?

Vedi tu quell'erto Sasso, che par che per tremoto sia, O per lunghezza di soverchio tempo, Staccato da la costa, e 'n guisa pende

Che minaccia ruina? Il veggio. Vedi Tu dove le radici entro l'aperto

Ha quel fico selvaggio, ove quell'edra Per la muscosa cote erra e serpeggia? Veggio ogni cosa, e poi? Lascia ch'io segua,

Et il tutto saprai. Mentre soletto, Quattro o sei giorni son, per questo bosco Cercando me ne vo qualche bel ramo Di noderoso cornio, per formarne

Un baston, com'è 'l tuo, lucido e nero, Sento in cima a quel sasso in fra le frondi Gemer due tortorelle: e perché avea Promesso di donarne a la mia amata

Un paio, per nutrirle entro la gabbia, Discalzatomi pria, per poter meglio Fermar il piè sovra l'alpestri pietre, Con gran fatica al fin, da sassi acuti

Punto, e da molte spine, al sommo ascendo. E mentre vo spiando ove sia il nido De le due tortorelle, e nulla trovo, Veggio da quella grotta a l'improviso

Uscir il Dio, di forma assai maggiore D'ogni forma mortale, e passo passo Venir a questa fonte: se timore M'assalse alor, se 'l sangue mi s'accolse

Intorno al cor, s'un freddo orror mi scosse Le membra, pensal tu, se mai vedesti, O pur ti sovragiunse a l'improviso O notturno fantasma o cosa tale.

Riavutomi al fine, e preso ardire, Dietro al sasso m'ascondo, e non veduto, O negletto da lui, se ben veduto, Per angusto spiraglio il tutto vidi.

Vidi che con la man movendo l'acque, Rinfrescato che s'ebbe i labri e 'l viso, E fu tornato là dove de l'antro S'alza a man destra quel fiorito seggio,

Quasi stanco s'assise; indi prendendo La sua zampogna d'ineguali avene, Che gli pendea sovra il sinistro fianco, La mirò d'ogni parte: e perché forse

Temea che qualche picciola festuca Chiuso le avesse i fori, in guisa il fiato Forte le diè, ch'a me parve d'udire Il suon di cento trombe, e tutto tutto

Dal capo al piè mi scossi; indi veduto Che nulla gl'impediva, il labro adonco Movendo per le canne, e con le dita Or questo rinchiudendo, et or quel foro,

Armonia fece tal, che le mie orecchie Simil mai per l'adietro non udiro; E quei caprar che noi teniam sì grandi Ne l'arte del sonare, e ch'io credea

Che fossero divini, il paragone Mi fece giudicar da nulla, e vili. A cantar poscia prese, e cantò cose, Cose che s'io potessi intender bene,

Certo, Melibeo mio, mi stimerei Sovra ogni altro pastor grande, e felice. Tu mi narri gran cose, ma di grazia, Prima ch'altro di lui tu mi racconti,

Dimmi com'era fatto, e s'egli è vero Che tale a punto sia qual si dipinge. Nulla v'è di menzogna: egli ha le chiome Inanellate et irte, e 'n su la fronte

Gli escon due corna picciolette, a punto Come son quelle che spuntar vediamo A' lascivi capretti che già il latte Cominciano a sprezzar de le lor madri.

Il volto ha rubicondo, il naso acuto Schiacciato e rosso, sì che a punto sembra Tinto di sangue; il petto ha ricoverto D'una macchiata pelle, et ha le braccia

Nerborute, torose; ambo le cosce Di folto pel vestite, e l'unghia fessa, Come l'unghia vediam del piè caprino. M'accorgo che l'hai visto: in tal maniera

Tu mel figuri; e si somiglia a punto A quel grande di legno, e riverendo Per la sua antichità, ch'abbiam ne l'antro De l'Eliceto, a cui facciamo ogni anno

Gli usati sacrifizii, a fin che sia Tutor de' nostri armenti. Or segui pure Quel ch'udisti cantar, che sempre io fui Vago di cose belle, e so che queste

Deono esser bellissime, e divine, S'un dio cantate l'ha, come tu dici. Non son cose da noi, che tutto il giorno Attendiamo a le mandre, o Melibeo.

Che? Non importa, no: tu sai pur ch'anco Ne' tempi antichi il vecchiarel Sileno Cose a pastor cantò non da pastori; E se falso non è quel che si conta,

Gli aratori, e i pastor furon primieri Ad osservar le stelle, et a por mente Per qual camino in ciel si giri il sole. Sì che, commincia pur, che non desio

Tanto sul mezzodì, quando ho più sete, Qualche fresca bevanda, quanto io bramo Di ber con le mie orecchie quelle cose Ch'aspetto udir da le parole tue.

Tu m'hai convinto; onde perché tu sappia Se sian cose alte o no, se da pastori, O pur sian da dottor, vuo' che tu l'oda. Poi che, come dicea, sovra quel seggio

Posto si fu a seder, et ebbe desto Il dolcissimo suon de le sue canne, Al ciel tutto s'affisse; indi cantando Cominciò a dir che questa immensa mole,

Ch'altri chiama Ornamento, altri Universo, Corpo è ch'ogni altro corpo in sé rauna, E non locato a tutti il loco porge; Che rotondo è d'aspetto, e così pieno,

Ch'in lui nulla trovar lice di vòto; Che dissimil natura le sue parti Informa e move: perché quanto abbraccia Col giro suo la figlia di Latona

I semi ha in sé di nimicizia eterna; Ma la parte immortal lucida e pura Contrarii in sé non ha, se non se in quanto È 'n lei fermo desio di cangiar sempre

Secondo le sue parti il sito e 'l loco. Ch'ivi nulla è che sia grave, leggiero, Umido, secco, fervido, od algente, E benché sia così, quinci han principio

Quante hanno qualità semplici e miste Queste parti del mondo ime et impure. Divise poscia i cieli, e dal superno Cristallo cominciando, a parte a parte

Scese fin al più basso angusto giro. Quinci affermò null'altro esser l'eterne Fiamme de l'auree stelle, ond'è cosperso Del ciel l'immenso e lucido sereno,

Che le parti di quello, ove s'unisce Il purissimo corpo, e si condensa. Dichiarò i varii moti, e l'armonia De le ruote veloci, e de le tarde,

E come il ciel che più lontan si volge Seco rapido ognor da l'oriente Porti verso l'occaso i sette erranti. Disse per qual cagion del sol s'adombri

Il chiarissimo aspetto, e quel ch'involi A la rotonda luna i bianchi rai. Cantò poi perché il giorno or cresca, or cali, Or s'adegui a le notti, et onde nasca

L'eterno variar ch'al mondo apporta Autunno, state, primavera, e verno. Giunto fin qui, come di posa vago, Fermò la voce e tacque; e poi che fue

Stato alquanto così, non so per quale Cagion, pria che tornasse al primo canto, A contemplar si pose intento e fisso Le pelose sue cosce, e i duri piedi;

E mi meravigliai che mutò il suono In suon da quel primier tanto diverso, Ch'ove quel col suo dolce a me medesmo Me medesmo rapia, questo confuso

Mi parea sì, ch'a pena io discernea Se discorde si fosse, o pur concorde. Ripigliò al fin la voce, e nel suo canto Spiegò per qual cagion la terra scenda

Verso le parti inferne, e perché il foco Lieve s'innalzi a le superne sfere; Perché l'acqua a la terra, e l'aria a l'acqua Sovraste; perché dritto, e non obliquo,

Sia 'l calle onde sen van queste nature Libere a ritrovar le proprie sedi. Disse perché di fochi, e di splendori L'aere s'imprima; come si condensi

L'umida nube in pioggia, e come spieghi L'ancella di Giunon l'arco lucente; Come il folgor s'infiammi, e 'n giù sospinto, Per indirette vie l'eccelse cime

De le torri e de' monti apra, et offenda. Vestì la terra poi d'erbe, e di piante, Diè senso e moto agli animali, e disse Qual nuoti o voli, e qual passeggi o serpa.

Disceso al fin nel tenebroso grembo De la solida terra, onde principio Abbian, cantò, l'inessiccabil vene De le fonti, e de' fiumi: indi più a dentro

Penetrando, scoprì come si crei Ogni metallo, o livido, o lucente; Come il marmo s'induri, et ogni gemma Luce e color acquisti, e da qual forza

Sospinto il mondo, orribilmente tremi. Questo è quanto a me par di ricordarmi Di quel ch'udii cantar dal nostro Dio. Né creder già che tutto quel che disse

Io ti racconti, ché la mia memoria Non fu tanto capace; e quando pure Mi ricordassi, a me bisognerebbe, Per ripeter il tutto, aver ben cento

Lingue di ferro, e voce di metallo. Non più, Titiro mio, ch'ora m'aveggio Che tu dicevi il ver quando dicevi Che non eran da noi cose tant'alte.

Ma che fece dapoi, che disse, e quale Fin ebbe il fatto? In piè levossi, e verso Quella selva inviossi ove tu vedi

Quella quercia, e quel faggio; et io rimasi Sì stupido et attonito, che a pena Avrei saputo dir come venuto Fossi, e perché, in quel loco. Al fin tornato

In me, vedendo il sol gire a l'occaso, Scesi dal sasso, e del bastone in vece, E de le tortorelle, altro alor meco Non riportai che del dio Pane il canto.

Ma si fa tardi, Melibeo: la notte Scende dagli alti monti, onde fia meglio Che rauniam le greggie: oh, tu non vedi Come cozzan fra lor quegli agnelletti?

Se lunga esperienza non mi inganna, Diman cader dal ciel potria gran pioggia. Sì, l'istesso cred'io, perché i miei buoi Mugghian più de l'usato, e con le nari

Vanno l'aere fiutando: orsù lasciamo I paschi omai, che da lontano io scorgo Fumar de le capanne i colmi, e credo Che la mia Licidetta e la tua Filli

Si meraviglin già che noi tardiamo Più de l'usato a ritornare a cena.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
Egloga duodecima · Bernardino Baldi · Poetry Cove