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1553–1617

Egloga decima

Bernardino Baldi

Io veggio una gran gente, onde mi credo Che 'l ballo sciolto sia che si facea Nel prato di Damone. Oh, mira un poco Come è piena di polve, e di sudore

La figlia di Licaspe, e come in viso Par ch'abbia il foco: or sì che si conosce Quanto giovi esser bella, e seco a paro Cloride sua compagna oh come è folle

Al mio giudizio, poi che essendo tanto Di lei men bella, non s'accorge quanto Lo stare appresso lei le porti danno. Forse non si conosce, e quel difetto

Ch'abbiam tutte noi donne di tenerci Belle, ancor che siam brutte, anco a lei nuoce. È vero, e così reo non fora il mondo S'ogn'uom sé conoscesse. Ma che stiamo

Perdendo il tempo e altrui biasmando insieme, Quando altro abbiam che fare? Il giorno fugge, E passa l'ora: andianne. Io mi partia

Senza il mio cestellin: però trattienti Fin ch'io vada a pigliarlo. Oh come è bello! Egli è bello e m'è caro: io vi conservo

Dentro le reticelle, i nastri, il velo Et altri abbigliamenti onde m'adorno Ne' giorni più solenni, e quando voglio Andar pomposa a la cittate, e al ballo.

Se non m'inganna di lontan lo sguardo, Quella mi pare Orizia, che s'asside A l'ombra di quel lauro: io la conosco A l'usata sua veste, e a la persona.

E' non ti inganna punto: è dessa, e deve Anch'ella da le danze or dipartirsi, Pur come l'altre ch'incontrammo. Andianne Dunque colà, ch'a quell'aprica piaggia

Mai non mancano fiori, ove dapoi Che di lor colmi aremo i cesti e 'l grembo, Faremoci anco noi del lor drappello. Andianne ove ti par, che come sai

Da casa mi partii, per venir teco Ove a te più piacesse. Oh Melibea, Elle n'han discoperte, e me ne accorgo, Ché Orizia a le compagne ne dimostra,

E rivolta ver noi, ci guarda e ride. Vuo' salutarle alquanto da lontano, Per esser io primiera. Amor secondi I vostri desiderii, o giovanette,

E mai non mesca amaro al vostro dolce. E te contenti ognora. E che vuol dire Che quando tutte l'altre in questi prati, In dì così solenne com'è questo,

S'adunano a le danze, e tu t'ascondi? Forse che non sei bella, e non è bello Al par d'ogni altro il tuo leggiadro Aminta? Devei pur tu, se non per altro, almeno

Venir per danzar seco, e consolarlo. Oggi dapoi che venne, e fra noi tutte Ti ricercò con gli occhi, e non ti vide, Mesto quinci partì, come si parte

Non sazio bue da secco prato il verno. Tu scherzi meco, Orizia, e tu sai pure Come ben ti conosco: non ha sempre Tempo fanciulla onesta e vergognosa

Di correr senza freno ad ogni ballo. Orsù, lasciam gli scherzi: e qual cagione Oggi t'ha ritenuta entro l'albergo? Quella stessa cagion che qui mi mena,

M'ha fatto stare in casa: io qui men vengo Con esso Melibea, con questo cesto, Per coglier fiori, onde dimani il crine E 'l velo e 'l petto adorni a mia sorella,

Che sposa Batto, il figlio di Melanto. Se tu non vien per altro, non accade Che t'affatichi, che di quei pigliando Che noi già colti abbiam, potrai colmarne

Quattro, non ch'un sol cesto. Io son contenta; Accetto la tua offerta, e ti ringrazio. Ma dimmi un poco, Orizia, e chi t'ha dato

Quel cembalo sì bello? e' par ch'or ora Lasci le man del mastro, in guisa serba De la vernice il lume, e de' colori. Lasciami un po' mirarlo più d'appresso.

O che vaghe pitture! Orizia cara, Dimmi per cortesia, che foco è questo, Che par ch'entro al suo letto arda e consumi Quell'infelice giovane meschina?

L'istoria è alquanto lunga, onde ti basti Saper che questa è Semele, di cui Nacque, e di Giove il trovator del vino, La qual credendo a le finte parole

De l'astuta Giunon, che sotto forma Di vecchierella semplice le apparve, Chiese al grande amator ch'egli volesse A lei venir di folgori vestito,

Come alor suol che de la sua consorte S'accosta in cielo a l'ingemmato letto: Ond'al fin ella n'arse. Il fanciullino Che mezzo ne la coscia, e mezzo fuori

Tu vedi a Giove, e par che de la fiamma Punto non curi, e pargoleggi, e rida, È Bacco suo figliuolo; e quelle Ninfe Che là sotto quell'antro attendon ch'egli

Sia dato loro in braccio, son le Ninfe Che di mèle, e di latte il nutricaro. L'istesso in altra parte già cresciuto Vedi degli Indi trionfare, assiso

Sovra un carro che guidan due pantere. Mira l'arte del mastro, e come finge Al vivo il plauso, e 'l favorevol grido De le Baccanti sue, de' suoi Silvani,

Che vestiti di pelle il tergo e 'l fianco, Vibrano i verdi tirsi in vece d'aste. Vedi il vecchio Silen, che sonnacchioso Et ebro ad or ad or par che dal tardo

Orecchiuto asinello a terra caggia. Vedi con quanto garbo il fondo ha cinto Intorno intorno d'intrecciato fregio. Questa è una vite, che con torte braccia

D'ogni parte il circonda, a cui s'attorce Et aviticchia d'edera selvaggia Un lunghissimo ramo, e di maniera Seco insieme s'abbraccia, che le frondi

Paion fra lor communi, e communi anco L'uve già nere, e i pallidi corimbi. Io non sapea sì innanzi, et or m'aveggio Che tu sai più di quel ch'io mi credea.

Ma dimmi per tua fé, chi te l'ha dato? La ragion me l'ha dato, e l'aver vinto, Cantando, chi primiera il possedea. E chi fu quella?

Erminia fu, che meco Vincer credendo, si trovò perdente. Tu vinta Erminia? Io ne stupisco, e come Esser può che sia il vero? Ora non sai

Che te vinse Corinna, e di Corinna Fu vincitrice Erminia? Et io che cedo Di gran lunga ad Erminia et a Corinna, Oserei di venir teco a duello.

Io 'l vinsi pure, e 'n mio favor fu data La sentenza dal giudice: che vuoi Saper di più? Se il giudice fu ingiusto,

È un altro fatto. Marsia ancora fue, Giudice Mida, vincitor d'Apollo. Non so di tante cose: in tutto è vano Il far parole là dove tu puoi

Venir a fatti. Abbiam qui Melibea, Ch'oltra aver buon giudizio, et altre volte Esser giudice stata in tal tenzoni, Ambo egualmente ha care, onde sicure

Rimetter ci possiamo al suo parere. Ritrova cosa pur che agguagli il pregio Del cembalo ch'hai visto, che il duello Che da te mi fu offerto io non ricuso.

S'a me non fosse il cestellin sì caro, E del cembalo assai più non valesse, Il deporrei senz'altro: ma che vuoi Di più darmi, s'io vinco?

Oh noi siam lunge! Ch'ha di bello il tuo cesto? Egli ha di bello Forse più del tuo cembalo: non vedi

Come di salce rosso, verde, e giallo Egli è contesto sì che par ch'ondeggi, Et ha in mezzo del fondo, entro un bel cerchio Ch'ha l'orlo suo dorato, una figura

Di Venere marina, assai più vaga Che non è la tua Semele, e 'l tuo Bacco? Or via: contenta son d'aver a vile Per chiarirti, il mio cembalo.

Et io sono, Per discoprirti l'error tuo, contenta D'avilir il mio cesto. O Melibea, Assiditi qui in mezzo, sì che meglio

Ambe udir tu ne possa, e dar più giusta Poi la sentenza. Or su, già perdo il tempo. Non è più da tardar, se voi volete

A vicenda cantare: a te, Cidippe, Tocca di cominciar, che provocasti. Invoca ogni pastore E Pane e Pale e Cerere e Pomona:

Ne la mia voce suona Il nome che nel cor mi scrisse Amore. Invoca il dio de l'onde Commettendosi al mare il navigante:

A' miei prieghi il mio amante Nel pelago d'amor sempre risponde. Quando in lontana parte Gira il sol, l'aspro verno il mondo ingombra:

Il mio seren s'adombra Qualor Aminta mio da me si parte. Se grave il vento spira, Rompe, e disperge le mature biade:

Ogni mia gioia cade A terra se 'l mio Egon meco s'adira. Fien testimoni ognora Gli antri, i boschi, le valli, i fonti, e i fiumi

Come ne' vivi lumi Del mio leggiadro Aminta io viva, e mora. Non move mai la chioma Per le floride rive del Metauro

Quercia, olmo, faggio, e lauro, Che del mio caro Egon non suoni il nome. Aminta me sola ama, Né d'altra giovinetta amor l'accende:

Sol di me cura prende, E degna del suo amor me sola chiama. Quando torbido affetto A l'amato mio Egon vela le ciglia,

E meco si consiglia, Nulla nube di duol gli ingombra il petto. Rinova la Fenice A le fiamme del sol l'antiche piume:

Me de' begli occhi il lume Del vago Aminta mio rende felice. Men dolce è quel liquore Che suggono da' fior l'api ingegnose

Di quel che ne le rose De le labra al mio Egon distilla Amore. Vince nel canto Orfeo Aminta, del mio cor vera dolcezza;

Né punto di bellezza Ceduto avrebbe al pastorello ideo. Ha sì polito il viso Ha di sì lucid'oro il capo adorno

Egon, ch'a mezzo il giorno D'invidia n'arde il gran pastor d'Anfriso. Vince Aminta d'ingegno E di prudenza ogni canuta mente;

E se ben non consente Il Ciel che rege ei sia, degno è del regno. Più veloce è 'l mio Egone, Che non è 'l capro, il cervo, il tigre, e 'l pardo:

E così anco gagliardo, Che non teme affrontar l'orso e 'l leone. Un lucido cristallo M'ha donato colui che m'innamora,

Ov'io mi specchio alora Che m'orno il crin per ir più vaga al ballo. Un ricchissimo ramo, Tutto di seta e d'or, fiorito, e bello,

Adorna il mio capèllo, Presente di colui che io amo e bramo. Se fia ch'oggi cantando Guadagni, o Muse, il cembalo, e la gloria,

In segno di vittoria, D'intorno a' vostri altar l'andrò sonando. S'oggi il mio voto adempio, Per voi, figlie di Giove, e col mio canto

Il cesto ottegno, e 'l vanto, Pien l'offrirò di rose al vostro tempio. Lasciam, lasciam, compagne, L'ombra di queste fronde,

Che 'l giorno omai s'asconde, E la notte imbrunir fa le campagne. Fuggiam, fuggiamo altronde, Ch'a noi sen vien a volo

Di vespe orrido stuolo, E sotto aurato manto il ferro asconde. Basta, basta, non più: compreso ho quanto Ognuna di voi vaglia, e son per dare

La sentenza fra voi secondo i merti. Grato m'è stato sì, cara Cidippe, Il canto tuo, che forse dee men grato Esser a chiara fonte al tempo estivo

Di qualche opaca pianta il fresco, e l'ombra. E 'l canto tuo con tal dolcezza, Orizia, Beuto han le mie orecchie, che non credo Che con maggior dolcezza al più gran caldo

Bevan l'umor di cristallina fonte L'assetate radici de le piante Che fan corona a le fiorite rive. Rendon grate le piante ai vivi fonti

De la dolce onda in premio il fresco e l'ombra: Le fonti, non ingrate, a le radici De le vicine piante in premio danno De l'ombra che le copre il fresco e l'onda.

Se giuste dunque son l'acque e le piante, Giust'è ch'anco sia giusta Melibea. Orizia, il cesto è tuo, prendilo in premio Del tuo leggiadro canto; e tu Cidippe,

Perché non men di lei cantato hai bene, Portati a casa il cembalo dipinto. E da qui innanzi, come pari è in voi Il valor, e l'etade, e la bellezza,

Così pari l'amor si trovi in voi Al valor, a l'etate, a la bellezza.

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