Debile ed egro in pensier tristi e sciocchi,
consumata la stanca e fragil vita,
altronde non sperando ultima aita,
fuggo a l’aria talhor de’ be’ vostri occhi.
Nembo di spirti tal par ch’indi fiocchi,
ch’io mi ricovro a la virtù smarrita;
ma bevo tanto poi de l’infinita
luce, che morte è forza alfin che scocchi.
In cotal guisa ven sano, se fugge
sovente infermo a seren’ aria e pura,
cui febre entro le vene arde e distrugge;
ma col pensier de la passata arsura
tanto del vicin fonte e beve e sugge
che mor bevendo, e di morir non cura.