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1508–1575

XVIII

Berardino Rota

Qual più lontan, qual più deserto loco, Amor, fia mai che da tua man mi scampi? Dove n’andrò, che d’invisibil foco peregrin fuggitivo io non avampi?

Che ’l tuo ceppo non trovi? E che non stampi con gli occhi, ove ch’io sia, la tua guerriera e mia ch’armata mi vien contra

e pone giù ciò che per me l’encontra? Son l’arme sue due luci ond’ancide, anzi due vive faci e duo pungenti strali, per cui ’l tuo regno ognihor par che s’avanzi,

né senza lor mai gentil core assali; son le soavi maghe e micidiali parolette cortesi, e i crin d’oro, onde presi

i sensi fur sì forte, con cui legato anchor mi meni a morte. Ben temev’io, quel dì che’l fier destino m’allontanò dal dolce amico sguardo

cui vivo col pensier sempre vicino, in un seco quel foco, ond’io tutt’ardo, non si restasse intepedito e tardo; e ben questa temenza

fé dura la partenza altrettanto, e già volsi tornar indietro, e teco io me ne dolsi. Hor con l’antica rabbia al cor ti veggio,

non satio ben d’havermi morto anchora; e t’hai ne la memoria alzato il seggio, senza la qual ben fortunato io fora. Ella ti fa contra me forte ognhora,

ché, qualhor, lasso, imprime le bellezze alte e prime, ti veggio ne’ begli occhi, ch’al cor tutti gli strali a un colpo scocchi.

Ove ch’io volga i lumi o fermi il passo imagin bella e pia forma la mente, e nel formarla torno hor tronco, hor sasso. Allhor l’innamorata anima sente

tanta dolcezza, che lieta consente al caro error fallace; ma rompe ogni sua pace rimembranza nemica

che ’n un tempo mi strugge e mi nutrica. Ed è ch’io scorgo il mio vivo diletto esser tanto lontan da la mia vista quanto presso gli son con l’intelletto.

Tosto di tai pensier torbida e trista nebbia m’adombra il cor, che sì m’attrista che per vie corte assai porrei fine a’ miei guai,

se non che mi ritene debile fren d’imaginato bene. Giovenetta canzon, se ti dolessi quant’huom miser si dole,

fra queste care e sole selve ti rimarresti a consolarmi, e gran pietà faresti.

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