Felice donna, in cui si specchia e gloria
natura, e da cui prende illustri e nove
forme e sembianze da far arder Giove,
da far ricca ogni penna, ogni memoria;
se credete che torni a pregio, a gloria
vostra il mio mal, che par tanto vi giove,
fier desio ve n’inganna, e ben vi move
sete di biasmo e di crudel vittoria.
Devreste chi v’honora haver più caro,
ché, s’a grado vi sia serbarlo in vita,
havrete in cui sfogar lo sdegno amaro.
Ammendatevi pur, dandogli aita
col dolce sguardo men parco e avaro,
o dite una sol volta: «Io son pentita».