Tacquimi un tempo, ed hor mi spinge Amore in triste voci, in lagrimosa rima a dir del mio, come già dissi in prima, lungo, forte, fatal, soave ardore.
Farò come cui stanca ira o dolore, che poi con maggior forza riprende l’arme e sforza il suo nemico, e vuol morir, né more;
e dirò come da ragion lontano gran tiempo Amor me tuvo de su mano. Gran tempo Amor di sua man m’hebbe e tenne, e ten fin qui, né ch’io sia mio consente,
dal dì che for d’un vivo raggio ardente quasi in parte nemica al cor ne venne; e ventilò co’ miei sospir le penne, tanto ch’eterno foco
destovvi a poco a poco, ond’infocata pietra il cor divenne ch’estinguer non si può: tal volle e vole una donna più bella assai che ’l sole.
Vago augellin ch’a la stagion novella sen va di ramo in ramo, e più s’invesca quanto più cerca ombra riposta e fresca, l’anima errante a se stessa rubella
mi rassembra a l’età più verde e snella gir d’uno in altro affetto, e tanto in via più stretto nodo restar, quanto più sorda e bella
donna ama e chiama; ond’io prego mi scioglia morte, poi ch’io non trovo a cui mi doglia. Spinta da veltri sì veloce unquanco non corse fera a le montane lustre
com’al calle di gloria alpestro, illustre, io, da nobil voler cacciato e stanco; ma da duo arcieri al giovenetto fianco fra via nova piaga hebbi,
ond’a me stesso increbbi, ché ’l piè ratto poi torsi al camin manco; ed era in via che, s’io più oltra andava, felice stella il mio viver segnava.
Poggiai ferito a bel colle vicino per ricovrarmi, il sacro e glorioso Pindo credendo; e ritrovaivi ascoso Amor, che fea di me quel che l’alpino
Borea suol far di ramo secco e chino: perché di subito arse la verde falda, e sparse nove faville; e ben fu rio destino,
ché ’l foco accrebbe foco alla mia vita: così la tela ho di miei mali ordita.
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