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1508–1575

XCIII

Berardino Rota

Forte guerrier che, del buon Re del cielo imagine, virtù, spirito e luce, scendesti humile a triomphar nel legno per ritornarne a la perduta pace

e la macchia lavar col ricco sangue che peccando fé l’huom primo di terra; se non val poca e corruttibil terra, grave senza te peso, alzarsi al cielo

o parte nel thesoro haver del sangue, da queste basse notti a l’alta luce trammi fuor: tu puoi dar solo la pace che pria ne tolse e poi ne diede il legno.

Qual già di notte combattuto legno da venti ed onde scopre al fin la terra che gli promette in su la riva pace, tal io, celato il segno, oscuro il cielo,

spero nel mar del mondo e riva e luce per te, Signor, che non compra oro o sangue. O per trar noi di guerra asperso sangue, o nato a far noi vivi amico legno!

Prima ch’io chiuda l’una e l’altra luce e che deponga il mortal fascio in terra, che mi vieta la via dritta del cielo, siate a me certa vita e salda pace.

Lasso, ché non ho io con l’ardor pace, che ’l cor distilla e stempra in pianto e in sangue? Pur estinse l’incendio e mosse il cielo Troia, che troppo mal diè fede al legno,

e ’l foco al fin cessò ch’arse la terra quando il figlio del sol resse la luce. Da queste rime attendo ombra, non luce, folle error de’ prim’ anni: ahi, falsa pace

qual mi mostrasti, o madre infedel terra! Honestà, leggiadria, costumi e sangue acceser verde e giovenetto legno che potea forse erger le cime al cielo.

Peccai, Signor; o via del cielo, o luce, drizza il mio legno a quel porto di pace che nel tuo sangue huom trova, e non in terra.

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