Donna del nostro mar, nobil sirena,
riprendi in man la lira e, l’aria e ’l vento
rallegrando con novo alto concento,
lascia li scogli e vienne in su l’arena;
e di costui, che fregia e rasserena
l’oscuro secol nostro, e ’l lume spento
d’Italia richiama al suo primo ornamento,
ritarda il partir, prego, e i passi affrena;
perché, desta da pigro e lungo sonno,
la penna a pianger volta in stil più lieto
non più d’Amor, ma sol di lui favelle,
e perdoni pur Mincio al mio Sebeto
s’a bada il ten, ché mal tosto si ponno
rendere altrui cose sì care e belle.