Qual già colui che mal vide Dïana
bagnar nel fonte e, volto in altra forma,
fuggendo de’ suoi veltri il dente e l’orma
rimase preda lor misera e strana,
tal, s’io veggio il bel viso, oltra l’humana
condition, ch’in fera mi trasforma,
fuggo de’ pensier miei la crudel torma,
che mi segue, mi giunge e prende e sbrana;
né, perché d’hor in hor m’impiaghe e morda,
posso morir, ché son ognihor più nova,
ma ben poch’ esca a sì gran fame e ria;
ché vole il ciel, cui contrastar non giova,
ch’io sia Titio e Prometheo, e ch’Amor sia
famelico avoltoio, aquila ingorda.