Ben vedi, Amore, a che son giunto homai, ch’uscir vorrei di vita; ma la via, larga altrui, Morte mi serra perch’io più mi consume; or, se tu ’l fai
temendo la ferita non sani, e giunga il fin de la mia guerra, quando fia poca terra questo lacero tronco in chiuso loco,
con gli strali e col foco sappi che meco ancor ne verrai sempre in via più triste e tormentose tempre. Lasso, cerco finir, non già ch’io speri
che finir basti morte il mio dolor; ma perché trema e pave di mancar l’alma a gli ostinati e feri scempi, che bella e forte
fa di me donna ch’a diletto l’have, e perché ella più grave col viver lungo mio colpa sostene, ed io, che maggior bene
non ho che d’honorare e gradir lei, pria che ’l suo biasmo il mio danno vorrei. Di tutte l’alte e strane meraviglie del tuo crudele impero
io son l’exempio; or, qual cosa è sì nova a cui lo stato mio non si simiglie? Né pur, lasso, ne pero. Tra ’l giel di Scithia un sasso si ritrova
che, se talhor huom prova ponerlo incontra ’l sol, tosto s’infiamma: tal io subita fiamma innanzi al mio bel sol torno sovente,
sasso tra ’l giel di fredda tema ardente. Donna che troppo mal contrastar volle con Latona già fue; ed hor, portando pena al fallo eguale,
in Frigia marmo lagrimoso e molle piange le colpe sue: ben mi rassembra, poi ch’humano e frale con possente immortale
beltà contesi, e n’hebbi danno e stratio. Perché, se in lei mi spatio con la mente talhor, selce rimango e l’amoroso ardir selce anchor piango.
Là dove il Re de’ venti il seggio tenne ardono in mezzo l’acque scogli ch’infin al ciel mandan faville; così dal dì che nel penser mio venne
tal già che m’arse e piacque, il cor, pur dianzi scoglio, a mille a mille versa vive scintille da l’ocean di doloroso humore
che vien per gli occhi fore; e l’un con l’altro in tal guisa si mesce, che l’un contrario più per l’altro cresce. Altre già vaghe in Ponto isole furo,
che sospinte da l’onde si movean sempre e gian notando inseme; tal, Amor, quand’io credo esser securo, nel tuo mar, dove affonde
salda ragion che men tutt’altro teme, l’instabile mia speme da caldo vento di sospiri è mossa, e talhor rotta e scossa,
celandosi i duo miei chiari e be’ segni da ria tempesta d’amorosi sdegni. Sono alti monti ond’ha principio Epiro quasi di Giove irato
a le saette infame segno e meta: in cotal guisa ed io, se talhor miro l’almo, caro, beato mio bel levante e mio terren pianeta,
de l’aria pura e lieta tanti folgori uscir veggio, e sì densi sovra gli spirti accensi, che tosto caggio fulminato ed arso;
né giungo a morte, o destin duro e scarso! Prega la bella maga che simil femmi a queste cinque pietre, canzon mia, che mi spetre,
o che m’ancida una sol volta: ch’io morir non posso e viver non desio.
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