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1508–1575

LXIII

Berardino Rota

Quando l’herbette e i fiori rallegrano le piagge, e ’l ciel sereno ride dintorno, e in dolci il mondo ardori Venere tien soavemente a freno,

io, lasso, ho di duol pieno lo cor, di pianto il seno, e mi pasco di morte e di veneno. Quand’han più sete i campi,

e ’l sol sovra di noi par ch’apra e giri fiamme e non raggi, e l’aria arda ed avampi, benché a fresco talhor fiato respiri, io giel sembro, che spiri

d’ogni parte sospiri, qualhor aven che la mia donna io miri. Quando spoglia le fronde la pianta, e in casa huom parco i frutti accoglie,

ed a la speme altrui larga risponde del frondos’olmo la feconda moglie, io di nove ognihor doglie mi vesto, e non si coglie

altro da me ch’al vento aride foglie. Quando il giorno più breve rapidamente in ver l’occaso inchina e perde l’herba, il giel vince e la neve,

e Borea fiede più la quercia alpina, io da sera a matina ne l’amorosa brina son poca esca a gran foco vicina.

Amor, tal’è lo stato d’huom tristo sconsolato, ch’a la tua man donna crudele ha dato.

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