Quando l’herbette e i fiori
rallegrano le piagge, e ’l ciel sereno
ride dintorno, e in dolci il mondo ardori
Venere tien soavemente a freno,
io, lasso, ho di duol pieno
lo cor, di pianto il seno,
e mi pasco di morte e di veneno.
Quand’han più sete i campi,
e ’l sol sovra di noi par ch’apra e giri
fiamme e non raggi, e l’aria arda ed avampi,
benché a fresco talhor fiato respiri,
io giel sembro, che spiri
d’ogni parte sospiri,
qualhor aven che la mia donna io miri.
Quando spoglia le fronde
la pianta, e in casa huom parco i frutti accoglie,
ed a la speme altrui larga risponde
del frondos’olmo la feconda moglie,
io di nove ognihor doglie
mi vesto, e non si coglie
altro da me ch’al vento aride foglie.
Quando il giorno più breve
rapidamente in ver l’occaso inchina
e perde l’herba, il giel vince e la neve,
e Borea fiede più la quercia alpina,
io da sera a matina
ne l’amorosa brina
son poca esca a gran foco vicina.
Amor, tal’è lo stato
d’huom tristo sconsolato,
ch’a la tua man donna crudele ha dato.