Caro arboscel, che la man vaga e bella
solea rigar con picciol vetro e puro,
superbo e lieto ben, ma non securo
dal lampeggiar de l’una e l’altra stella;
ben la sorte comune è grave e fella,
poiché si vede il verde manto oscuro,
né più nel ramoscel già secco e duro
il bel candido fior si rinovella.
Pur ti consola, ché col vivo raggio
infin dal ciel ti darà vita e forza
l’amata donna che piangemo inseme;
ed io col pianto, ch’altro ben non haggio,
spero di rinverdir l’arida scorza.
O scarso dono, o dolorosa speme!