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1508–1575

Egloga XIV

Berardino Rota

O crudo Amor, se mai pietate avesti D’un giovene infelice, odi il lamento Che seco non ha mai tregua né pace: Così tu lusinghier legar sapesti

Il poverel sol con due trecce al vento Disciolte e sparse, e sì sel soffre e tace. Già se’ tu pescator come son io, Che ’n largo mar di pianto or questa or quella

Anima la tua man depreda e pesca; Et è l’ultimo fin del tuo desio Per vincer donna disdegnosa e bella Adoprar altre reti altr’amo altr’esca.

E’ ti convien aver cura talora De’ pescatori, e porger loro aita, Se di spuma del mar Venere nacque, E di Venere tu se’ figlio ancora;

Ma tu se’ morte altrui, Venere è vita. Né devi minor parte aver ne l’acque, Ch’avesti et hai nel foco. Ahi lasso, al fine Veggio ch’al mio languir l’orecchia hai chiusa;

Ché la tua donna e mia tal volle e vòle, Iella, onor de le ninfe marine, Decima del mar Grazia e quarta Musa, Degna di Giove e de l’amor del Sole.

Che farò dunque? A te sola mi volgo, O bella un tempo ninfa, or voce, or suono, Che ti stai per li scogli e per li sassi. Pietosa ascolta, o Eco, e s’io mi dolgo,

S’io rompo il tuo silenzio, avrò perdono Certo da te, che non potesti i passi Chiuder pur ad Amor, quando al cor fisso Ti lasciò il caro e vago giovenetto

Che mal già vide il fonte, di se stesso Omicida crudel vano Narcisso, Narcisso di se stesso odio e diletto, Narcisso ch’anco fior te fugge, e spesso

Per non udirti in terra si nasconde, E ben la terra gli è cortese amica, Com’a pietà di tua lunga preghiera Gli fu quel dì che da l’amor de l’onde

A sé ’l raccolse in sen di verde aprica Piaggia, cangiando in fior quel che uom dianzi era. Misera, so ben io quante fiate, Quand’era il sordo amante in fuga volto,

Tu ’l chiamasti gridando: «Ove ne vai, Narcisso, ove ne vai? La tua beltate Ti mena a morte. Ah troppo folle, ah stolto, Ferma il piè, torna indietro. Or quale avrai

Compagna per li colli e per le selve Che più di me ti segua, e sempre intorno Ti sia coi veltri e con lo spiedo a lato Per gir cacciando queste e quelle belve?

Et or sotto una quercia, or sotto un orno, T’asciugherò le rose e i gigli al fiato Di Zefiro, le rose e i gigli al viso Che porti a mezzo verno, e fien cagione

De la tua morte inseme e de la mia’. Ah, Licida, qual se’ da te diviso? Chi la memoria in tutto e la ragione T’ha tolto a un tempo? E pur convien che sia.

Ben ho pur troppo ond’io mi dolga e lagne Senza cercando gir del male altrui. Rispondi, o Eco, a mie voci dolenti, Rispondi, o Eco: i liti e le campagne

Sanno quel ch’oggi i’ son, quel ch’i’ già fui. Deh accompagna, o Eco, i miei lamenti. O Cimodoce, o Doto, o Panopea, Voi chiamo in testimon, che quattro et otto

Volte già mi vedeste in su quel colle, E so ch’altri che voi non sen dolea, Stender le braccia a l’aria e ’l capo sotto Poner al mento, d’amor ebro e folle,

Per voler giù precipitarmi in mare, Spegner credendo in mezzo l’acque il foco. Ahi quante volte il dì, quante son corso Per l’onde fuor notando ad incontrare

O foca, o ceta, e ciò tenne anco a poco Amor cui nulla val chieder soccorso, Perché quel mostro m’inghiottisse a un punto. Ogni cosa ho tentato, e mare e terra,

Et aria e foco e cielo et erbe e tutti I tempi e le stagioni, et arso e punto Pur mi ritrovo, e son de la mia guerra Desperazione e morte al fine i frutti.

Ma vada io pur oltra la Tana e Calpe, Parli pur io di quella cosa o questa, Ch’a te convien al fin sempre ritorni, A te che nata se’ di scoglio e d’alpe.

O Iella crudel, bella et onesta, Non so qual più, cui le mie notti e i giorni Tutti già diedi allor che mal ti vidi: È dunque ver, che non toccò la scorza

Del tuo cor mai sospiro o priego alcuno E del mio strazio sì ten godi e ridi? E pur devrebbe aver teco la forza Amor, c’hai tu con lui, che non pur uno

Ma cento colpi il dì contra te move In vano, e tu prigion negli occhi il porti, Rotti gli strali e spennacchiate l’ale. O che ’l mondo s’invecchi o si rinove,

O che sian lunghi i giorni o che sian corti, Quanto mi dona il mar, quanto mi vale Il mar, è tuo; né mai senza il tuo nome Stesi canna, alzai nassa, o rete sciolsi,

E diedi sempre a te la maggior parte D’ogni mia preda. Or perché dunque, or come Mi sprezzi e fuggi? A tutt’altro mi tolsi Per tutto darmi a te, né volli altr’arte,

Né mai da la città tornai al lito, Ch’or questo dono or quel non ti recassi. E pur non son tre giorni, anzi son due, Ch’io ti comprai un cintolino ordito

A verde, a rosso, ond’il bel fianco ornassi, Et un velo sottil ch’opra ben fue O di Pocilla, o de la sua compagna; E pur i doni e ’l donator non prezzi

Più che soglia vent’onda, od onda scoglio. Ma poiché invano uom duolsi, in van si lagna, Che più ritardi, o mano, a che non spezzi La canna e l’amo? Licida non voglio

Esser più io: al sol, benché per tempo, Pendan le reti, mie dolci fatiche; Itene, pesci, pur dove volete. Lunga stagione e le parole e il tempo

Perduto abbiamo; o liti, o piaggie amiche, Voi fido testimon ne foste e sete. Ben fora tempo omai lo stanco legno Da l’amorose e torbide tempeste

Ritrar in porto, e quella ond’egli è carco Merce dannosa di Nettuno al regno Gittar, sì che né polve anco vi reste; E consecrar, trovato il dritto varco,

La veste mia dal mar rotta e bagnata, La veste che ben fu d’Aragna un velo, A chi rifarla e rasciugar può solo. Tu dunque, alto Signor, cui fu sì grata

Bassa umil voglia, e da la rete al cielo Chiamasti i pescator, vedi ch’io solo, Ch’io debile gran mar solco, né posso Punto da me che rilevar mi vaglia,

Tra perigliose sirti errando sempre. Il mio navigio già sdrucito e scosso Ricuci e ferma sì, che la battaglia Possa schernir de le terrene tempre,

Né giovenil desio più mi distempre.

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