Passar quest’onde e gir di riva in riva Convien, Melanto, e ’n più secura arena Spiegar le reti et oprar l’amo e l’esca. Chi vuol viver così, per me si viva,
Io già non voglio: andrò dove mi mena Il nemico destin; poiché non pesca Uom qui dintorno, che la preda a forza Nova arpia non gl’invole, e nova sfinge,
E renda il suo sperar vano e fallace. Quella cagion che fa dolerti e sforza, O Crati, a lamentar, quella mi spinge A tacer mal mio grado. O lieta pace,
O felici ore, o mia vita beata, O cari scogli, o dilettosa piaggia, O dolce lito mio, chi mi ti toglie? O vecchiezza deserta e sconsolata,
O veramente fera erma e selvaggia, O ben mostro infelice! A che non scioglie La vita mia, serbata a veder questo, Il duol, che ’l poria far, ma nol consente,
Acciò ch’io porti a forza il fascio e ’l peso Di questa età più grave e più molesto! Scaccia questi pensier ch’ognor la mente Combatter veggio, e t’han già vinto e preso,
Ch’a te per favellar d’altro ne vegno. Ben ti dei ricordar quel che l’altr’ieri Mi promettesti dir sotto quell’elce. Deh su, comincia omai, mentre il tuo legno
Traggon del mare al secco Aminta e Meri, Et io m’appoggio a la vicina selce. Or poi che pietra i dolorosi amanti Vider la cara donna, e in van chiamaro
L’amato nome, e lungo strazio e guerra Fero a se stessi con sospiri e pianti, Ecco dal duol Vesevo interno amaro Rotto già cade, e poi tosto da terra
Sorge, e crescendo d’ora in ora un monte Rassembra in vista, et è la barba il crine Selva già fatta che ’l circonda e cigne. L’ossa divengon sassi, e in due la fronte
Parti si parte, e ’l miser tutto al fine Rivolto in nova forma in un si strigne; Ma, quel che parve più meraviglioso, L’ardor, ch’intorno il cor via più s’infiamma
Dal vento di sospir, lunga stagione Tra le vene restò più forte ascoso, E sospirando uscì la chiusa fiamma Del monte fore, e già mi disse Egone,
Che l’avo gliel contò, ch’insino al sasso De la cangiata ninfa e lungo il lido Mandò prima faville, onde ancor Arse Vedi le Pietre star di passo in passo.
Né dopo molto poi s’intese il grido Che cotante dal cor lagrime sparse Sebeto, che ’l cordoglio in mezzo il foco Del petto, contra il natural costume,
Ratto di pianto ampio ruscello aperse: Ond’egli dileguato a poco a poco, E liquido già tutto, in picciol fiume, Ch’ancor serba il suo nome, si converse;
E parte e riga presso il bel paese Rendendo viva e rugiadosa l’erba Col pianto suo, finché raccolto in seno È dal padre Tirren pronto e cortese.
E qualor li sovien de l’empia acerba Sventura de la ninfa, irato e pieno Correndo oltra l’usato, in vista sembra Rompere a forza il bel prato vicino
E far oltraggio al margine fiorito. Deh, Crati, non più, no, che per le membra Ir sento non so che, che già vicino I’ corro a morte in me stesso smarrito.
Se tolta pur la fredda e lunga etate La memoria non m’ha con l’altre cose, Soviemmi ancor, ch’al più cocente sole, E ben di pianto degna e di pietate
È la memoria, in voci alte e dogliose Disse Sebeto un dì queste parole. O sorda più del mar, nata di scoglio, Nutrita di velen da le balene,
Deh ferma il passo, e rompi il duro orgoglio. L’istoria de le lunghe aspre mie pene Non ti dirò, che annoverar sarebbe Tutte di Libia le minute arene.
Basti saver, che ben mi si devrebbe Giusta pietà da que’ begli occhi onesti Onde la fiamma al cor ne venne e crebbe. So che conosci Alcippe, e ch’intendesti
Quanto ardea già di me, né mai la volli: Così l’anima mia legar sapesti. Omai ti san chiamare i sassi, i colli: Tante volte i’ ti chiamo, e così spesso
Son da questi occhi il dì bagnati e molli. Io son Sebeto tuo, se pur me stesso Conosco bene, e tu ’l conosci; ascolta: I’ son quel ch’era dianzi, i’ son quel desso.
Questa colomba ch’a la madre ho tolta Staman del nido, e tra fior bianchi e gialli Questa ghirlanda in mille nodi avolta Io t’ho serbato, e questi be’ coralli
Purpurei e bianchi, che del nostro mare Colsi l’altrier ne’ lucidi cristalli. È ombra, anzi non è quel ch’esser pare Quel ch’ir ti fa superba; è men d’un fiore,
Che non sarà diman com’oggi appare. Non vive sempre il bel vivo colore Del giglio e in un matin la spina perde Il tesor de le rose, il breve onore.
A pena vien tra noi, che si disperde, E quasi insieme appare e si nasconde Mortal beltà, ch’a un punto è secca e verde. Nettuno è il padre mio, re di quest’onde;
Né pescator è qui presso o lontano, Che più di me di nasse o reti abonde. Chi nuota più, chi più destra la mano Tiene al pescar, sia pur la notte o ’l giorno,
Sia pur turbato il mar, sia queto e piano? Deh vieni omai: la piaggia, il lito intorno Ti chiama meco a l’ombra, et io ti chiamo Di questo lauro di be’ rami adorno,
Poiché lasciai per te già l’esca e l’amo. Non disse più, ch’udir ben si potesse, Perché troncando il suon de’ suoi lamenti, Eco mossa a pietà per tutto il colle
Con voci rispondea flebili e spesse; Né pietra il monte avea che de’ cocenti Sospir non s’infiammasse, o fatta molle Non fosse da l’umor degli occhi suoi.
Questo fu il fin de’ gioveni infelici, Misero exempio di dolore eterno. Io non curo altro più: se meco vuoi, Potrai venir, ché in liti più felici
Pescar ne fie concesso e state e verno. Verrò dovunque andrai; ma perché temo Che non m’aspetti indarno al lito Iola, E sfornita ho la barca, e rotto un remo,
E la rete lasciai bagnata e sola, Diman poi ragionar di ciò potremo.
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