Perché sì tardi a noi ritorni, o Crati? Quattro giorni son già, che la tua rete Senza te sovra i remi al lito pende. Più tosto io non potei: cotanto irati
Soffiaro i venti e fur l’onde inquiete, Che sapendo qual fé dal mar s’attende, Scioglier non volli da Pozzuolo il legno; Né men venir potea scorto dal piede,
Fatto per gli anni grave in tutto e lento. Lasciar più senza te ben era indegno Questa piaggia gentil, di cui non vede Più bella il sol, né fiede l’onda o ’l vento.
Già mi piacque pescar per queste arene: Or son a tal, che volentier vorrei Girmene a qualche alpestra erma pendice. Passata è la stagion che le Sirene,
Che Teti e Proteo e Glauco e gli altri Dei Si stavan qui nel buon tempo felice. Di’, Crati mio, così non torni mai Vota dal mar la rete, e sempre sia
Fortuna al tuo desir larga e cortese, Onde fu il luogo in pregio? io so che l’hai Pur a mente e nel core; et onde pria, Che ben tu ’l puoi sapere, il nome prese?
Posson cotanto in me le tue parole, Caro Melanto, e tale è l’immortale Memoria de la ninfa onesta e bella, Ch’io tel dirò, mentre ne vieta il sole
Quest’elce, s’or pur mi rimembra tale Qual l’udi’ ne l’età fresca e novella. Leucopetra fu già tra le marine Ninfe la più leggiadra e la più fera,
Di cui la riva intorno e gli orti e ’l prato, E l’antro che qui vedi, e le vicine Acque del puro fonte, e ’l bel luogo era. Di costei, come volse Amore e ’l fato,
Arse Vesevo, et arse ancor Sebeto Di Partenope figlio e di Nettuno, E di Vulcano l’altro e di Resina: E benché fu l’ardor lungo e secreto,
Né mai voce di pianto, o priego alcuno Piegaro la donzella aspra e ferina, Anzi l’ira crescea con la bellezza Che fea le fiamme altrui più vive ardenti,
Onde a ragion da l’altre sue compagne Pietra chiamata fu da la durezza; Gli afflitti amanti di dogliosi accenti Empìano intanto i liti e le campagne;
Né mostro in mar sì novo e sì crudele Rimase, o scoglio pur sì duro intorno, Ch’a pianto et a pietà non si movesse De l’amorose lor triste querele.
Ecco che per l’arena uscita un giorno, Lasciando fiamme ne’ vestigi impresse, Cogliendo conche gir sola e romita Vider la ninfa, e spinti dal desire
Che mosse il piè le son da presso inseme, Con lagrime e sospir chiedendo aita Al troppo indegno lor grave martire. Vorria fuggir la giovenetta; e teme
Che non procacci a se medesma danno. Infra due sta sospesa; or ferma or spinge Il piè più oltra; al fin fatta secura Da la desperazione e da l’affanno
Che in lei varii pensier forma e dipinge (E pensando divien più sorda e dura, Anzi più cruda a se stessa e nemica), Fugge pallida e smorta, ancor che tarda
Fuggir le par, ché fin porger non pote A quel che brama, e indarno s’affatica, Ché l’arena a la fuga il piè ritarda: E piangendo le guancie e ’l crin percote.
Seguon gli amanti, a cui la speme aggiunge, Come il timor a lei, più lena e forza; Ma di costoro è più veloce il corso, Perché lo spron d’amor gli spinge e punge.
Ella in van di campar s’ingegna e sforza, Ch’or l’un l’è sovra or l’altro, e pur soccorso Chiama, né mai verun soccorso appare. Già già par che la stringa or quegli or questi.
Da la fatica al fin vinta ritenne Il passo, e stanca poi ne viene al mare, E dice: «O Dio, se mai priego intendesti, A cui lo scettro in alta sorte venne
De l’ampio ondoso regno, odi il mio solo; E voi, o figlie di Nereo, ch’alzate Da l’onde il capo al suon de la mia voce, Movete ogni onda, e sia fine al mio duolo,
Che venga ad inghiottirmi, o pur cangiate Quel solo in me, che sì m’offende e noce». Né disse più, ché fu tronca e percossa La preghiera dal pianto; e già rivolto
Per tuffarsi ne l’acque avendo il passo, Ecco le corre un giel per mezzo l’ossa, Et immobil divien: ché ’l petto il volto, Fatta exangue e già grave, un novo sasso
Le copre e cinge; e come vedi ancora In testimon di sua durezza eterno, Ignuda e Bianca Pietra appare in vista. Restan, com’ella, fredda selce allora
I gioveni infelici, e sì l’interno Martire occupa i sensi, e sì gli attrista, Che pur non sanno ben come dagli occhi Si sia lor tolta, e come aprir le porte
Debbiano al duol che li consuma et ange. Chiamano il ciel crudel, crudeli e sciocchi Chiaman se stessi, e più crudel la morte Che ’l filo al viver lor non tronca e frange.
Aman la pietra ancor, né mai baciarla Restan dintorno; e mentre l’un col pianto La bagna, co’ sospir l’altro l’asciuga, E s’hanno ardir talor pur di toccarla,
Senton sotto l’alpestro e duro manto Di lei, che trema ancor, l’antica fuga. Né di tante fatiche altro lor resta, Che voglia di morir, né questo ponno
Pur impetrar dal ciel, che giunga a riva: Che quanto più la vita aspra e molesta Cercan finir fuggendo il cibo e ’l sonno, Tanto la vita al duol sempre è più viva;
Né veggion sì riposta arena o scoglio Ove l’amato e bel nome scrivendo Non vadan sempre, e ’n questa e ’n quella parte Lascian memoria ognor d’alto cordoglio
Con lamenti e sospir l’aria rompendo. Ma perché dir non posso a parte a parte Quel ch’avenne di lor, ché già dal cielo Cadut’è l’ombra, un altro dì t’aspetto,
Ma non senza però nassa o tridente, Ad ascoltar, se pur dai fede al pelo, E ne fie quest’arena e seggio e letto. Ahi cor di smalto, ahi cor che nulla sente!
Et è pur dunque ver che in sì tranquilla Piaggia, che in sì bel lito, un tempo nacque Ninfa crudel più di Cariddi e Scilla? Si partì l’uno e l’altro in tanto, e tacque.
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