In qual parte del mondo, in qual sì strano Lito, in qual piaggia sì riposta et erma Fuggir potrò, ch’Amor meco non vegna? Amor, che ognor più forte arma la mano
Contra quest’alma al suo ben sempre inferma, Superbo e lieto di mia morte indegna. Lasso, che fia di me? dove non sia Più Galatea, là dove il sol la chioma
Non spiegò mai, n’andrò; forse che ’l laccio Rallenterà del cor, forse men fia Grave di miei dolci martir la soma; Forse ch’arà pur fin mio lungo impaccio.
Ma che parl’io? Dovunque volgo il piede Mi seguirà la mente innamorata, E Galatea ne verrà meco inseme; Galatea, che nel cor donna si siede,
Zoppo il giudicio, e la ragion legata, Ma ben vivo il desio, morta la speme. Non è qui sasso o filo d’alga o d’erba, Non è qui ninfa o pescator, ch’io sempre
Non chiami al mio soccorso, e pure in seno Porto il foco che ’l cor nasconde e serba; Foco, che strugge in dilettose tempre, Né s’addolcisce in parte il mio veneno.
Lasso, talor dopo lungo furore L’onda si tace e par che ’l mar s’acquete, E ’l vento posa et è l’aria tranquilla; Ma l’amorosa tempesta del core
Trovar non può giamai porto o quiete, Né del gran foco mio scema favilla. O Galatea, di te mai non mi dolsi, Né mi voglio doler, né vo’ biasmarti,
Perché m’abbi sommerso in mar di guai. Dogliomi ben di me, che troppo io volsi Tutto darmiti in preda, e troppo amarti, E senza filo in labirinto entrai.
Anzi quanto più ognor procaccio e bramo Fuggir da la tua mano, e di me stesso Farmi signor, via più forte e tenace Legame stringe il core, e via più chiamo
Mercede invan, che tu sempre più presso Mi sei per tormi e libertate e pace. O troppo d’Amor leggi inique e torte! Eri pur dianzi il ben, la gioia, o Meri,
Del gran Tirreno; or morte si sgomenta Di te, quasi più fiera orribil morte. Or tutti i tuoi desiri, i tuoi pensieri Nascon d’amaro, e più non ti ramenta
De la rete né d’altro; or solo e mesto Ne vai dì e notte; or se’ la noia e ’l duolo Di tutto il mar, di tutti i pescatori. Qui se’, Mopso mio caro? Onde sì presto
Ne vieni? Deh, per Dio, lasciami solo, Ma bene in compagnia di miei dolori. Già ti vid’io dov’il superbo lato Miseno stende al mar vago et altiero
Del bel sepolcro e del suo troppo ardire. Volea gir oltra, e poi tosto chiamato Fui da Licota, onde cangiai sentiero, E qui mi vedi; e certo al tuo languire
Vorrei dar fine e sì ’l veder m’attrista Uom miser di pietà degno e d’aita, Ch’al tuo soccorso il sangue io spargerei. Che fia giamai, che la dogliosa e trista
Alma console, o pur tronchi la vita, Oimè, più lunga assai ch’i’ non vorrei? Questo, ch’i’ ti dirò, serbalo a mente, Ch’è prezioso don di caro amico.
S’io sempre al tuo com’al ben proprio intesi, Giura di non scoprirlo: ecco presente Nettuno il vede et ode; e quel ch’i’ dico Non ti potrà giovar, se tu ’l palesi.
Simeta il disse ad Egla: Egla che fue Non men dotta che bella; Egla mia poi Me l’insegnò, quando io la nassa a pena Alzar potea sul legno, et ambedue
Ad Erpili fur mastre, che co’ suoi Incantesmi stupir fe’ quest’arene. Forse qui t’ha condotto il mio destino Perch’io ritorni in libertate, e possa
Campar al fin dagli amorosi scogli. Discinto e scalzo a quel colle vicino Corri, e prendi nel sen quelle sette ossa Di foca ivi disperse, e dopo cogli
Con la man dietro e gli occhi al ciel rivolti Quell’alga nera e quello assenzio bianco, E di spuma del mar gli bagna intorno. Lega tre fili, e poi che inseme avolti
Con tre nodi gli arai tre volte al fianco, Di questo lito nel sinistro corno Al pastor di Nettuno alza un altare, E sovra vi porrai tutte le spoglie
Ch’ella ti diè, che così Proteo vuole. Poi tutto nudo, ov’è più alto il mare, T’attuffa, e su risorgi, e con le foglie Di verbena t’asciuga al novo sole,
E di’ cantando al fin queste parole: «A te che in fiume, in sasso Ti muti, in angue, e in foco, Proteo pastor del mar, su questa riva
I’ alzo questo altare, e dal più basso Fondo de l’acque invoco, Perché pietoso del mio lungo affanno Mi cangi in quel ch’io era oggi è terzo anno,
Quando sciolto ne giva. Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva. E tu che di quest’onde Pescator fosti, or Dio
Se’, vecchio Glauco; e voi che per la riva Ven gite, o ninfe, e voi che ’l mare asconde, Uscite fuor, mentr’io Vi chiamo, uscite; e pietà mova e sforze
Amor, perché la fiamma in tutto ammorze Ch’al cor sempre è più viva. Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva. Com’io spargo ne l’acque
Queste ossa, e così sparte Sen vanno in altra piaggia, in altra riva; Così dal dì che Galatea mi piacque Or tutti in altra parte
Vadano i miei pensier, tutti i desiri; Né più la cara libertà sospiri L’alma d’ogni ben priva. Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva.
Come di mia nemica Oggi queste spoglie ardo Sovra l’altar ch’io sacro in questa riva, Così il desio ch’in me move e nutrica
Un bel sereno sguardo, In tutto si dilegue; onde d’altrui Non fia più no, ma quel che dianzi io fui, Né mal mio grado viva.
Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva. Come quest’alga e quella di ciascun filo io spoglio, E questo assenzio spargo in questa riva;
Così te Galatea, da questa ancella Alma divello e toglio, E rompo et apro i ceppi e la prigione, E mi rendo a me stesso, a la ragione,
Di cui donna mi priva. Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva. Come dispiego e snodo, Né dopo li raccolgo,
Questi tre fili intorno a questa riva; Così del cor l’indissolubil nodo In tutto i’ tronco e sciolgo, Che fece Galatea d’un bel crin d’oro
Per man d’Amor, del cui vago lavoro Natura in sé gioiva. Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva’. Poi che così cantato arai tre volte,
E girato l’altar tre volte, e sparso Il cenere raccolto, un lauro ancora Ardi, che suol mostrar le cose occolte; Il quale a pena fia pur tocco et arso,
Che l’udirai scoppiar tre volte: allora T’inchina, e ’l don ricevi, e saprai come In te più Galatea non viva, o regni: Utile exempio agli altri amanti, e specchio.
Sempre lodato, o Mopso, il tuo bel nome Sarà da tutti i pescator più degni. Ecco ch’io t’obedisco, e m’apparecchio. Va pur, Meri, va pur; troppo guadagno
Farai, prima ch’asconda il sol la fronte. Io parto: ecco Licota il mio compagno, Che ne porta per ber l’acqua dal fonte.
Cookies on Poetry Cove