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1508–1575

Egloga IV

Berardino Rota

A pena uscito il sol di mezzo il mare Asciutte ben le chiome d’oro avea, Quando dal sasso, ove superba e bella Sovra de l’onde Mergillina appare,

Dorila pescator così dicea: «Ora, ch’è la stagion verde e novella, E scherza al lito il mar tacito e queto, E l’aura più che mai fresca e soave

Col dolce fiato a riposar n’invita: Or ch’ogni augello innamorato e lieto Canta di ramo in ramo, e ’l ciel non have Nebbia d’intorno: or ch’è ricca e vestita

La terra di mille erbe e mille fiori, E ne mostra il tesor di sua bellezza; Or che dal ciel con la sua viva fiamma La bella madre de’ lascivi amori

Combatte il mondo et empie di dolcezza, E i pesci in mezzo l’acque, e l’acque infiamma, Corri, Amarilli mia, corrimi in braccio. Oggi tre giorni son che qui t’aspetto,

Né saper posso ancor chi ti ritiene. È forse spento il foco, è rotto il laccio, Che t’arse e ti legò sì dolce il petto, Né di Dorila tuo più ti soviene?

Dorila tuo, che più che gli occhi amavi, A cui di rose il crin sovente ornasti, A cui stanca dal collo ognor pendevi, Ma il primo scelto fior casta serbavi,

Né del candido sen giamai lasciasti Toccare i duo be’ pomi, e non volevi Dopo una breve e dilettosa guerra Dar quella pace in tutto vinta e stanca,

Ch’a più felici amanti Amor concede. Qui ne potrem sedere: e se la terra Non vuoi veder, su questa riva manca Andrem, dove il mar solo e ’l ciel si vede,

Ove sorge con dolci e fresche linfe Un puro fonte in grembo a le salse acque, In cui spesso bagnar si suole il Dio Di questo mar con le più care Ninfe,

Ov’a diporto con Europa giacque Giove, quando per mar corse e mugìo. E poi che arem con languida quiete Finita l’amorosa e dolce lutta

E di vario color tinte le guancie, Quasi pesci guizzanti entro la rete, Intero un giorno et una notte tutta Consumeremo in queste e in quelle ciancie;

Talor la rete al sol meco spiegando, E talor raccogliendo, e talor meco Or quella nassa risarcendo or questa; Or d’uno in altro scoglio andrem pescando.

Né curerò, pur ch’io soggiorni teco, Che rubella mi sia l’onda e molesta, Scarso di pesci il mar, che teco ancora Rompa mill’ami e mille canne il giorno:

Ché, qual più cara o preziosa preda Potrebbe darmi il ciel cortese allora Di te, bella Amarilli? E poich’intorno N’accorgerem che nullo occhio ne veda,

Ritornerem più arditi e più bramosi A’ primi vezzi, ai dolci baci stretti, Coi fiati l’alme mescolando inseme: Sì che i più fortunati, i più gioiosi

Amanti invidia aran di que’ diletti Non mai più visti, e de le gioie estreme. Qui, se ben ti rimembra, anco stendesti A me prima la mano, e questo è il luogo

Ove il bel sen d’avorio terso e bianco Sovente mi scopristi, e mi porgesti Il primo bacio ch’a l’ardente giogo L’alma mia strinse, e dentro il lato manco

Scolpìo l’atto soave, e non più il cielo Mi diede allor, che sovragiunse Filli: Filli, ch’or sì ti fa temer a torto, Poiché si vanta avermi dato un velo.

Io giuro prima te, cara Amarilli, Venen mio dolce, e tempestoso porto; Io chiamo in testimon quest’onde, io giuro Il gran nume del mar, che se del vero

Si può Filli vantare, o s’io t’inganno, Che sempre vegga il ciel piovoso oscuro, Adverso il vento, il mar gonfiato e nero, E s’arme ogni procella a mio sol danno.

Quanto l’aurora è più vermiglia e chiara De l’ombra de la notte, e primavera Più bella assai del pigro e vecchio verno, Tanto, Amarilli, a me più dolce e cara

D’ogni altra sei; né perché ognor più fiera Ti mostri, altra avrà mai l’alma in governo. Lasso, l’altrier, che mi giovò, se volse La vecchia madre del baiano Aminta

Con la spuma del mar bagnarmi, e ’l lato Stringer con l’alga verde, e poi lo sciolse, Se la mia libertà più serva e vinta Si trova, e langue in doloroso stato?

Deh, che più tardi omai? Se vuoi ch’io viva, Corri, per Dio, ché l’alma in tanti affanni Me lascia in tutto, e a te sen fugge e vola. Corri, per Dio, ma non presso a la riva:

Sai ben ch’è pieno il mar tutto d’inganni; Che se ninfa talor incauta e sola Nettuno spaziar vede nel lido, Ratto la fura, e al mar contra sua voglia

La trae piangendo, e quanto ella più chiama Soccorso, tanto invan più sparge il grido. Non creder già ch’io brami altro né voglia, Che quello che da te si vuole e brama.

Io t’ho di giunchi bianchi inseme e neri Tessuto un bel canestro, ove vedrai Vario lavor di meraviglia nova. Nel fondo è il mar, vere le spume, e veri

Dirai gli scogli, i pesci, e crederai Che l’onda ancor così finta si mova, E giureresti udirla nel vicino Lito già mormorar, se si potesse

Finger con giunchi il mormorar de l’onda. Vedrai nel mezzo poi sorto un delfino, Che co’ suoi giri e con le squame spesse L’abbraccia tutto intorno, e lo circonda,

E cantando Arion porta sul dorso, Al cui bel canto il mar par che gioisca, Et egli dal timor vinto trabocche; E già pentito mostra in mezzo il corso

Voler tornare, e par che non ardisca Toccar l’acqua col piede, e pur la tocche’. Dorila non più disse, e gli occhi volti Vide Amarilli sua corrergli in grembo;

Né fur più visti, perché dentro un nembo Di fior gli tenne Amor quel giorno occolti.

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