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1508–1575

Egloga I

Berardino Rota

Leggiadre ninfe, ch’al bel sasso intorno Scherzando ognor di Mergillina andate; Ninfe più d’altre assai felici e liete, Ninfe, per cui sen va superbo adorno

Il nostro mar ch’a viva gloria alzate; Poi che udito cantar sì dolce avete Licone, il primo pregio e ’l primo vanto Di quanti pescator l’onda più prezza;

Voi già, che del più basso umido fondo Usciste fuor ben mille volte al canto Tratte da meraviglia e da dolcezza Per asciugare al sol l’or crespo e biondo,

Qualor sovra il bel colle egli cantando Quetava l’onda più turbata e fera, Quasi del mar latin quarta Sirena; A me, che l’orme sue ne vo cercando

Spinto da voglia pellegrina altera, Mostrate ove le serba ancor l’arena; E mentre lascio gli orti aprici e cari De la bella Egla, ove talor ghirlanda

Tesser soglio di fior toschi e romani Ne’ miei primi anni, e addolcir gli amari Pensier che nobil donna al cor mi manda, Ma parton poi da me fallaci e vani;

Deh raccogliete intorno al vostro lido Il suon de’ novi accenti, acciò che aggiunga Là dove è il suo, né si disperda altronde: Anzi con pieno e fortunato grido

Per voi riceva illustre vita e lunga, Mentre avran pesci l’acque e spume l’onde. La bella Dea che nel fiorito volto Ne mena lieto il dì, tutta di rose

Spargendo l’aria, apria già l’uscio al sole, Quando il giovene Aminta al ciel rivolto Con le luci bagnate e lagrimose, Chiusa la via dal pianto a le parole,

Mentre i compagni a la vicina riva Traean le reti, in un sospiro ardente Sciolse la voce al fine, e così disse: «Che farò, Lida mia, poich’è pur viva

La vita senza te cieca e dolente, La vita mia, che per te piacque e visse? Teco il migliore, anzi la parte integra Di me si sta; teco si stanno i miei

Spirti, teco i pensier tutti si stanno. E se viver la vita afflitta et egra Potesse un’ora, un’ora io non vorrei La vita viva in così vivo affanno.

Lasso, quando più pare il ciel sereno, Il mar più queto altrui, notte e procella Senza te mi rassembra, e morte in vista La vita stessa, e veggio oscuro e pieno

L’aer d’orrori, e la stagion più bella D’or in or più m’accora, e più m’attrista; Né perché colma ognor la rete a terra Torni più ch’io non bramo, aver mai cosa

Posso lunge da te cara o soave. Dolce a stanco nocchier dopo la guerra De’ fieri venti lunga e perigliosa, Quando pace maggior l’aria e l’ond’have,

Veder nel fido porto entrar la barca Rotta da l’onda tempestosa e ria; Dolce dopo talor grave fatica Trar la rete di pesci al lito carca;

Dolce la vela a desiata via Drizzar, quando ne vien più l’aura amica. Ma più dolce eri a me, più cara assai, Tu, bella Lida mia, qualor fuggita

Da la tua madre il dì mi ti mostravi fossa a pietà de’ miei dogliosi lai Dal balcon su la riva, e sola uscita De l’albergo talor pescando andavi

Meco di scoglio in scoglio, or mezzo aperto Il giardin del bel seno, or chiuso tutto, Or su le spalle sciolto il crine aurato, Or l’avorio del piè nudo e scoverto,

Per farmi in mezzo l’acque ardere in tutto; E ben era quel fin troppo beato: E talor meco or questa or quella conca Coglievi, e mi drizzavi or l’amo or l’esca

Al mio lavor dolce compagna e presta: Or su l’arena, or sotto una spelonca, Cantavi al suon de l’onda pura e fresca, Tinta le guancie di pietate onesta.

Ma poiché se’ da questo mar lontana, Non già dal mio pensier, che seco ognora Più viva, ove ch’io sia, ti raffigura, Né pur un passo mai mi t’allontana,

E tanto più m’infiamma e m’innamora Quanto più ti dipinge e sorda e dura; E col bel raggio de’ beati lumi Altre piaggie rischiari, altre contrade,

E da me forse altro penser ti toglie; E perché più mi dolga e mi consumi, Godi d’amor nemica e di pietade De le mie sempre nove eterne doglie,

Amara a me più se’ d’ogni altro amaro. E quanto allora di dolcezza e gioia Porgevi agli occhi, e al cor per gli occhi poi, A cui l’arder per te solo fu caro,

Tanto or da te mi ven tormento e noia, Che come prima avea da’ raggi tuoi Eterno giorno, or notte eterna io spero. Ben han ragion quest’occhi ogni altra luce

Fuggir come nemica, e cercar solo Dove col velo suo più denso e nero Notte si stende, e maggior ombra adduce, Dove luogo più sia deserto e solo;

Ché la vista fu lor sol cara e grata Per te goder, non già per altro, e questo Gli fe’ più lieti al mondo, e più felici. Or per rasserenar la vita orbata

Vorrebono finir, piangendo il resto De’ tenebrosi miei giorni infelici. Ma nol consente...’ E qui vinto si tacque Da la forza del pianto e del dolore:

E tutto ’l giorno in su l’arena giacque In compagnia del suo nemico Amore.

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