Ahi, terreno sperar, come se’ vano,
come n’inganni, e come poni al fondo!
Ahi, fallace nemico instabil mondo,
come ne furi il ben tosto di mano!
Er’io già presso, onde non mai lontano
fui col pensero, al mio caro giocondo
albergo de le Muse, ov’ogni pondo
credea por giù del grave fascio humano,
quando fera tempesta il bel soggiorno
movendo scosse a terra, e i lauri e l’acque
vidi seccar che lo cingeano intorno.
Casa, con cui l’antico stil rinacque,
con cui morio, questo fu, lasso, il giorno
ch’al ciel ten gisti, e Phebo pianse e tacque.