Scrivi d’intorno a la beata cuna
di tua man propria, o Phebo, in lettre d’oro,
come il bel parto fia pregio e thesoro
di natura, del mondo e di fortuna;
canta poi l’alte imprese ad una ad una
de gli avi regi, e l’uno e l’altro alloro
del chiaro padre che ’l fren pose al Moro,
e fé lunge scurar la mezza luna.
Spargivi sopra al fin con lieto aspetto,
poiché già dei la terra hoggi produce,
quante dal ciel mai gratie altrui spargesti.
Ma non rivolger gli occhi al casto letto
ove la bella e gran donna riluce,
ché l’opra nulla, e tu prigion saresti.