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1508–1575

CLXXXVII

Berardino Rota

Deh, come tosto si fa notte il giorno; deh, come il vago e ’l verde subitamente perde! Tal si gode securo in bel soggiorno,

festeggiando a diletto, lontan d’odio e di sdegno, che poi repente il tetto li cade sopra, e non vi resta un segno.

Tal si sommerge in porto; tal va lieto a diporto, che torna a casa poi mal vivo o morto. Ahi, quanto è saggio ben chi non si fida

a sereno di verno, né si dona in governo a chi se stesso mal corregge e guida. È ver che ’n ogni parte

si ritrova mal passo. Faccia chi sa far l’arte; al primo colpo non va pianta al basso, né torre al primo assalto;

e quanto s’alza in alto più l’huom, tant’è maggior cadendo il salto. Tant’è, già non si niega, il lupo vole la più guardata agnella;

e la rosa più bella sfronda il vento talhor, distrugge il sole. L’acerbo anzi il maturo cade spesso; e si scende,

per salir in sul muro. In gran proferte ed in terren che pende non è da por speranza. Morire è vecchia usanza;

e sciocco è, chi sta bene, a cangiar stanza. Dopo lungo sudor, lunga fatica nudo al sole, a la luna, contadin prode aduna

picciol thesor de la sua bionda spica, per riporlo al pagliaio: onde la famigliuola col povero granaio

pasca e sostegna, e sì quel mal consola; quando poi sopravene pioggia, che la sua spene ne porta, e mesce e perde ogni suo bene.

Ben è Morte tiranna e senza legge; col piè fangoso immondo sempre il più chiaro fondo di puro fonte fa torbido il gregge.

Rado suol da rastrello cader vil vase e rotto, e veggiam nel duello di lutta chi sta sopra ir talhor sotto.

Dà ne la rete spesso vago augel da se stesso; e di novella ria ne vola il messo. Con mio danno dir posso: «È vero un sonno

ogni tempo passato». Né conosce il suo stato mentr’huomo il gode, e mal tornar si ponno indietro l’hore, e mai

il ben non s’ama o stima, se tu nol perdi, e guai a chi ’l futuro mal non vede prima. Il pentirsi non giova.

Gran vantaggio ritrova chiunque a l’altrui spese impara e prova. Hor sì ch’intendo a pien quel che si dice: è sbandita la fede;

il satollo non crede al debile, digiun, nudo, infelice. Il san spesso l’infermo facilmente consiglia.

Non val difesa o schermo, se ’l cielo altrui talhora urta e scompiglia. Agevole è guardare da la riva alto il mare,

e giudicar quel che nocchier de’ fare. Io so, che ’l provo: e’ son molti al buon tempo gli amici, e pochi al rio. A seconda del rio

ciascun sa gir, sia pur tardi o per tempo; ma non sì tosto poi pioggia l’accresce e ’l turba, che non curando i suoi

fugge indietro la vana infedel turba. Non sia di tanto o quanto chi si pregi, o dia vanto. Si miete a sesta il riso, a nona il pianto.

Non perché chiuse i due begli occhi Morte, che son anchora il die a queste notti mie, fia però ch’io non arda e ch’io non porte

soavemente il peso ch’al cor mi pose Amore; né sarà meno inteso il grido infino al ciel del mio dolore.

Non è l’amare un gioco: ove già fu gran foco caldo riman per lungo tempo il loco.

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