Ne l’ampio specchio, ove del sommo Dio
riluce il grande universal lavoro,
rivolgi gli occhi, o mio caro thesoro,
per cui la vita mia ricca sen gio.
Vedrai dentro il pensier com’ognihor io
porti meco i robin, le perle e l’oro,
e tutto quel perch’io sospiro e ploro,
esca prima e soave a l’arder mio.
Te medesma vedrai più bella e pura;
ma guarda (bench’in ciel solo Dio s’ami)
che di te stessa al fin vaga non resti.
Io non vorrei ne la mia dolce arsura
compagni haver; ma tu, ché non volesti
portarmi teco? o pur, ché non mi chiami?