Poi che la doglia mia pietosa e larga vuol pur che oltre io sparga lagrime di corrente amara vena, bella dolce mia pena,
che dal ciel guardi e senti, muovi co’ tuoi be’ lumi gli spirti frali e lenti onde non mai partisti
dal dì ch’al cor m’apristi vive fornaci e lagrimosi fiumi; porgi la forza e l’arte a queste nere e lamentose carte.
Tu quel che fa dopo la pioggia il sole a i gigli, a le viole, a l’ingegno, che pigro in terra giace, a la penna, che tace
via più che non devrebbe, farai, gentile e pia: dar ben mi si potrebbe cortese ampia mercede.
Questo ultimo ti chiede in pregio e in don la pura fiamma mia che ’n ciel ti segue e serve e nel sepolchro tuo pur arde e ferve.
Arde nel tuo sepolchro e ferve anchora la fiamma d’hora in hora, tanto ch’ognun la mira, e grida, e dice: «Fuggi il sasso felice,
fuggi, non gir più avanti chiunque arder non brami». O miracol d’amanti! Chi crederà ch’huom viva
dentro una pietra viva e la sua donna anchor sospire ed ami, ed ardendo, qual arse, guardi il thesor de le reliquie sparse?
Beato marmo, che i begli occhi chiudi, pietosi insieme e crudi: pietosi, ché dal vulgo oscuro e vano mi fer molto lontano;
crudi, ch’a pianto, a stratio mi trasser notte e giorno, né mi dieder mai spatio, ch’io potessi di loro
tesser degno lavoro; deh, chi mi vieta il sempre starti intorno, gentil pietra e più cara di qual più gemma pretiosa e rara?
Il puro raggio dove nasce il die a quelle luci mie che copri, o nobil terra, è picciol ombra: ma tu, cui sete ingombra
di varcar l’Eritreo per tornar ricco a noi, a te stesso empio e reo, là dove stan sepolte
le belle membra sciolte corri, o nocchier: tutti i lapilli eoi ivi coglier potrai, e più di quel che cerchi e brami assai.
Non gir più oltre, aspetta, Canzon; già dopo te l’altra s’affretta.
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