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1508–1575

CLXV

Berardino Rota

Dolor mi vince, ed è sì forte e novo ch’io per me non ritrovo via da sfogar in parte il mio tormento; e, se talhora i’ tento

scoprirlo a poco a poco, Morte, ch’ha la mia vita sepolta in chiuso loco, mi viene incontra e dice:

«Taci, tristo, infelice, fuor d’ogni speme e d’ogni humana aita; taci, ben se’ tu stolto, se credi ragionar morto e sepolto».

Amor, che meco a i dì chiari e soavi dolcemente ti stavi, la mia gioia cantando e i piacer miei, ben hor, lasso, vorrei

ch’a gli amari ed oscuri non mi lasciassi un passo, e i martir aspri e duri piangessi meco anchora.

Deh, come l’alto allhora grado ti piacque, hor non ti spiaccia il basso: per lo mar piano e queto ciascun sa navigar securo e lieto.

Ben ti veggio io che d’hor in hor più fiero risorgi nel pensiero, né da lo stratio mio torni mai stanco; anzi su ’l lato manco

triomphi, empio signore, in disusate guise, e rinfreschi l’ardore che far dovea men forte

tempo, ragione e morte che ’n cento parti il mio mezzo divise e fornì mia giornata col piè di bella donna alta e beata.

Lasso, pur troppo alta, beata e bella fu veramente quella donna che mi mostrasti il primo giorno che de’ miei mali adorno

ten gisti; e certo fue giorno ricco e sereno, sì dolcemente due anime in caro e santo

nodo ristrinse, e tanto passò oltra il gioir tranquillo e pieno, che spesso il mondo disse: «Coppia felice, a cui nulla par visse».

Ahi, come è la tua fé caduca e leve, la speme al sol di neve, come il mal di diamante, il ben di vetro! Come ritorna indietro

chi crede con la scorta tua passar oltra, o Mondo! O via fallace e torta, che meni ove si perde;

al puro, al fermo, al verde (tanto è l’abisso del tuo mar profondo) in darno aggiunger pensa chi teco i passi suoi parte e dispensa.

Cara soave doglia, far non potestù già ch’io non mi doglia.

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