Signor, sempre ch’io guardo a l’imperfetto
grado dove dannosa e vecchia usanza
mi tien dì e notte, ardir tosto e speranza
mi lascia, e stringe il cor tema e sospetto.
Poi, s’a le man mi volgo, a i piedi, al petto,
che versan sangue, e veggio oltre ch’avanza
tua bontà gli error miei, nobil baldanza
rinforza l’alma in contra al suo difetto.
Rara nova pietà d’alma gentile
morir perché non moia il suo nemico,
farsi servo il signor per chi l’offese.
Tu scendesti qua giù mortale humile
per farne eterni, o veramente amico;
chi fu mai più di te pronto e cortese?