Donna, che prima del principio nostro fosti principio al ben de l’universo, nel tuo virginal chiostro chiudendo tal che col suo sangue asperso
il miser huom disperso nobil fece e raccolse, e per la vita altrui la morte volse, come potrà la lingua e lo stil mio,
avezzo a dir di mortal cosa e vana, alzarsi in sen di Dio e trovar te, fuor d’ogni usanza humana? Gentil donna e sovrana,
non far che ’n terra io reste, soccorri al mio terren col tuo celeste. Pur qual bambin convien di te ch’io dica, che, non potendo ben formar parola,
com’ più la lingua intrica e più s’affanna insieme e si consola; o fra le sole sola, dammi lo stil, la lingua
ch’io le tue gioie a pien canti e distingua. Non se’ tu quella in ogni tempo pura che ’l thesor che perdeo la prima donna rendesti a la natura,
ricco pregio de l’ago e de la gonna? O del mondo colonna, o del ciel porta, o porto d’ogni tempesta, e d’ogni mal conforto!
Qual gioia fu quando dal ciel vedesti scender il messagier con la novella che vergine saresti madre di Dio, ma tu dicesti ancella!
Deh, quella fiamma, quella che ’l tuo cor arse, hor arda e riempia il mio tutto, e non sia tarda. E ben fu quella notte a par del giorno,
anzi, d’ogni seren via più serena, che vide in vil soggiorno creder te lieta a te medesma a pena la vera gioia e piena
di quel parto beato, vittima ed holocausto al mio peccato. Ma chi ’l novo piacer ridir potrebbe quando da i tre gran regi il Re de’ regi
adorato il dono hebbe sovra ogni honor di più lodati pregi? O pompe, o glorie, o fregi, quanti mai foste o sete
a questo solo don ceder potete. Felice stella, e tu ben vinci il sole a sì nobil viaggio amica duce; da indi in qua non suole
scoprirne il ciel più gratiosa luce. Lasso, chi mi conduce a Dio, se tu non sei a far devoto don de’ falli miei?
E fu ben senza pari e senza exempio l’allegrezza, e maggior d’ogni desio, quel giorno che nel tempio presentasti al Dio padre il figliuol Dio;
vorrei dir anchor io co ’l buon vecchio verace «Hor lascia gir, Signor, tuo servo in pace». Tanta letitia un cor non empì mai
quanta il tuo, allhor che l’oscurato lume riprese i suo’ be’ rai, e del sepolchro fuor risorse il nume (contra il nostro costume);
nume sempre uno, eterno ne la terra, nel cielo e ne l’inferno. L’inferno il sa, sallo la morte e ’l mondo, ché tutti tre spogliò morendo e vinse;
ma tu da più profondo sepolchro tra’ quest’alma, ove la spinse piacer che ’n ella estinse le tre parti più belle;
fa che ’l mio inferno anch’io spogli e debelle. Ben crederò che di te stessa fuore ti trasse il gran diletto il dì ch’al cielo tornar trionfatore
vedesti Dio coverto in human velo; o quando il caldo e ’l gielo lasciar mi fia concesso e trionfando al ciel girmen con esso?
Ma dimmi: quando incontra a te discese di spiriti celesti eletta schiera ed a le stelle ascese l’una di te e l’altra parte intera,
la tua gioia qual era? Dillo tu, madre e figlia che fai meravigliar la meraviglia. Contra que’ sette miei forti nemici
che combatton dì e notte intorno l’alma queste sette felici memorie tue sian, priego, e scudo e palma. Reina eccelsa ed alma,
fa che mie lunghe ed egre colpe piangendo teco io mi rallegre.
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