Con quel soave canto e dolce legno
ne corse ardito Orfeo per la consorte:
Cerber chetossi, e le tartaree porte
s'aperser, ché Pluton ne lo fe' degno.
Poi gli rendette il prezïoso pegno;
ma d'accordo non fu seco la Morte.
Voi, gentil Laura, quanto miglior sorte
aveste al scendere al superno regno!
Lassù v'alzò il Petrarca, e dietro poi
ne venne a rivedervi in paradiso;
sète scesi in un corpo ora ambidoi.
Felice Orfeo, s'avea tale avviso:
cangiar la spoglia arìa fatto qual voi,
ch'amor, vita e virtù non v'è diviso.