Da questo carcer basso,
o Dio, o Dio immortale, io pur ti chiamo,
dal duolo stanco e lasso.
Avvinto io sono, e da te merzé bramo.
Apri l'orecchie al pianto mio, ch'i' passo.
Qual dentro a questo sasso
fie senza errori? o s'amendar ci voglia,
qual de' tuo' servi mai resister possa?
Di sangue, carne e d'ossa
fragil composti siamo, e con tua voglia;
deh! abbia ormai pietà di nostra doglia.