Sopra quel che mirate altero giogo,
Vivaldo, in quelle piagge ombrose ed erme
Mi punser prima, anzi beato ferme
Acute spine d'amoroso rogo:
E dite ver che più soave giogo
Di me, né voglie, o più sante, o più ferme
Non ebbe uom mai, ma le mie poche o 'nferme
Forze, che puon contra l'estremo rogo?
Voi dunque, come suol talvolta calce
Fredda pioggia scaldar, destino un poco
Queste mie roche e quasi mute voci;
Poi la donna che con così veloci
Passi ogn'uom giugne e trae tutti ad un loco,
Stenda invan sopra me l'adunca falce.