Trifon, s'è vero, oimè! Che 'l vostro e mio
Molza, che giace già tanti anni, forte
Languisca or sì, ch'omai vicino a morte,
Scorga le nere case e 'l fiume rìo;
Come è che Febo al suo più caro e pio
Sacerdote non corra e non gl'apporte
E sughi e canti, ond'ei s'erga e conforte;
Già negli Dei cader non deve oblìo.
Io cerco ancor che giorno e notte vinto
Dall'ardente languor che sì m'afflige,
Non più del mio, che del suo mal mi doglio:
E s'avverrà, ch'egli anzi tempo spinto
Da chi tutti ne sforza, varchi Stige,
Dietro gl'andrò, che soprastar non voglio.