Verin, che quell'eterno e sommo Vero,
A cui di terra col pensier sì spesso
Volavi e sì vicin, sempre ora e appresso
Godi, del tuo mortal scarco e leggiero:
L'Arno, che sì per te ricco ed altero
Correva dianzi, or povero e dimesso
Sen va tristo piangendo, ed io con esso,
Che vederlo, qual pria, già mai non spero;
Né so cosa trovar, che mi consoli,
Veggendo spenti in sì breve ora, ahi lasso,
Con tal bontà tanta dottrina e senno.
Ben sei del maggior ben privato e casso
Arno, ed essere in te graditi soli
Il mio buon Garbo e 'l gran Vettorio denno.