Rettor del ciel s'al tuo sublime scanno
Da questa bassa miseria infinita,
Salì voce giammai, che fosse udita,
Abbi pietà del mio gravoso affanno:
A quella pace eterna, o a quel danno
Trammi che già per te fummi sortita;
Né fia per tempo omai, che di mia vita
S'appressa il nono e quarantesimo anno.
Ben sai tu, Signor mio, che tutto vedi,
Ch'altro mai di quaggiù nulla mi piacque,
Se non l'ombra e l'odor d'un vivo alloro:
Cui sempre, o voli alle superne sedi,
O torni io giù fra l'amoroso coro,
Nel core avrò, che per suo albergo nacque.