Caro messer Filippo, che tra noi
Sete, onde vosco mi rallegro spesso,
Quasi tra basse erbette alto cipresso,
Cui folgore non tocchi o vento annoi:
Poscia, che come volli, esser con voi
Nel vostro nido e ragionar dappresso,
Non m'è dal duro destin mio concesso,
Che tutti or versa in me gli sdegni suoi;
Non mi si tolga almen nel vostro altero
Tanto cortese ed onorato inchiostro,
Come soglio vedervi, e come spero:
Né vi sia grave al mio buon Stufa e vostro
Render saluti, e dir che non men fero
Si mostra il cielo a me, ch'a lui s'è mostro.