Vincenzio, io fui sì folle, ch'io pensai
A dir di quello altero e raro mostro,
Che fa ricco e beato il secol nostro,
Vincer l'usato mio cantar d'assai:
E sperando salir, dove giammai
Per me non fora aggiunto, mi fu mostro,
Ch'opra non era da mortale inchiostro;
Ond'io nel cominciar, vinto restai.
Né perciò biasmo, anzi gran lode attendo,
Udendo darsi ognor sì nuova gloria
A chi per bello ardir cadde e morio.
Icar per gire al ciel volando, ed io
Caduto son per sì chiara vittoria,
Ch'io conosco il mio fallo, e non l'ammendo.