L'arbor, le cui radici entro al cor celo,
Venti e sette anni al sole ed agli algori
Ha virtù dei più duri e freddi cori
Lo smalto intenerire, ardere il gielo,
Io ch'or son cera e foco al bianco pelo,
Ferro era e ghiaccio a' miei tempi migliori,
E pur tra faggi, abeti, ontani, allori
Tal arsi ed alsi ch'ancor flagro e gielo.
Più vi dirò, Vecchietto mio, che dianzi
Sì m'è dolce avvampar d'onesta fiamma,
Nuova esca e solfo a focil nuovo fui.
Né sol Carin dopo il gran Lauro, anzi
Chiunque avrà di vero valor dramma,
Sarà mio donno, e m'arderà con vui.