Skip to content
1503–1565

EGLOGA PRIMA.

Benedetto Varchi

Io vo cantando a trovare Amarilli Per far tutto quant'oggi all'amor seco; E le caprette mie, Titiro, guarda. Titir, da me di buono amore amato,

Titiro, a me sopra tutti altri caro, Pasci il mio gregge, e ben pasciuto il mena Là dalla Gora a ber, ma guarda il becco Per via non incontrar, ch'ei cozza e fugge.

O Amarilli mia dolce e soave Più ch'il mel d'Ibla, e più vezzosa e lieta Ch'un giglio bianco allo spuntar del sole, O fresca rosa all'apparir dell'alba;

Perché non più, come solevi, all'ombra, Sotto questi antri a star teco mi chiami, Che sai ch'altra, che tu, nulla mi piace, E ch'io lasciai per te Simeta e Dori?

Forse mi schivi, oimè! forse mi sdegni, Bell'Amarilli mia, perché ti pajo Aver lunga la barba e 'l naso piatto; Né ti sovvien, che tal l'ha Pane anch'egli,

E che camusi son gli dii de' boschi? Ben sarai tu cagion crudel, ch'io spezzi Con queste man la mia zampogna, e poi Per farti ira maggior, me stesso uccida.

Ecco che per piacerti, entro un canestro Di vitalba e d'ibisco, attorno in guisa, Che non vedesti ancor lavoro eguale; Cingel nel mezzo intorno intorno un ricco

Fregio, scolpito d'animali e d'erbe, Sì ben che 'l Tasso il loderebbe ancora, Né 'l crederebbe mai villesco intaglio; E dentro ha tutto e fuor dipinto il fondo,

Con sì vivi color, con sì chiara arte, Che non ch'altri, il Bronzin l'ammira e loda. Questo a Decimo già sopra la Grieve, Tratto dal nome di sì gran bifolco,

Per udirlo cantar, diede al Vettorio, Un pastor da Bascian, di cui più dotto, Non sonò mai pastor zampogna, o cetra, Né l'Arcadia udì mai note sì chiare;

Venuto infin dagl'Euganei monti, Ove la Brenta i lieti campi irriga, Ch'al buon seme trojan ricetto furo. Ed ei lo mi donò, ch'appena il volli,

Dopo un lungo pregar, per non far privo, Di sì bel guiderdon, sì caro amico, Che ben n'era di me, più degno assai. Con esso, colte di mia mano or' ora

Dell'arbor che tant'ami, in don t'arreco, Dieci pere cotogne, ed altrettante Diman ne porterò forse e più belle, Con un altro panier non già sì vago,

Ch'io vinsi, oggi ha tre dì, correndo a pruova, Al figliuol di Montan, che pianse quasi, E pur sai quanto egli è leggiero e destro; Ed io era d'Amor sì vinto e frale,

Ch'a gran pena potea muovere i passi: Pensa quel ch'io farei, stu fossi pia. Deh! pon mente, Amarilli, e guarda, come M'ha concio il gran dolore, e quant'io sono

Pallido e magro, che mi reggo appena. Oh! potess'io almen talvolta un poco Diventar pecchia, e gir tra l'erbe verdi Mormorando e tra fior, ch'io fora sempre

D'intorno al tuo bell'antro: e volerei Nella felce e nell'edra, onde sovente, Contra i raggi del sol, la fronte adorni, E più bella di lui m'abbagli e 'ncendi;

E quivi sempre a rimirarti intenta, Per non turbar la tua quïete e 'l sonno, Sovra l'ale starei sospesa e queta, Senza muover giammai la bocca e gl'occhi.

Or so io, lasso me! ciò ch'amor sia. Nell'orride Alpi, tra i più duri scogli, Là 've sempre Aquilon turbato freme, Sovra le nevi sempiterne e 'l ghiaccio,

Fu partorito d'aspre fiere, e 'l latte, Dalle più infeste tigri ircane bebbe; Né si può pensar pur mostro sì reo, Che 'nfino all'ossa mi divora e strugge.

O Amarilli, che sì bella in vista, Sì pietosa negl'atti e nelle ciglia, Tutta hai di ferro e di diamante il petto. Deh! se ti cal di me, guatami almeno,

Né ti dispiaccia ch'io t'abbracci e baci; Che tale è nel baciar dolce diletto, Se ben altra seguir gioia non deve, Ch'un amante sen può restar contento.

Poiché non m'odi e non m'ascolti, in mille Parti n'andrà questa ghirlanda, ch'io Nel grand'orto d'Elpin, proprio a Quaracchi, Per ornarti il bel crin, tessuto avea

Di fior di gelsomin, d'appio e di spigo, Onde tu stessi con Dïana a paro, Né più vaga di te Ciprigna fosse, Che non ebber giammai corona tale.

Vieni Amarilli mia, vientene omai, Che 'l vento, un pezzo fa t'aspetta e chiama, Tra questi molli e freschi salci al rezzo, A voltolarli su per l'erbe meco.

Deh, vien dunque, deh sì, ch'amendue soli Com'altra volta già, sotto quest'olmo, Trastulleremci qui, lunghesso l'acque; Or che tutt'arde a mezzo giorno il cielo;

E per li campi, e per le selve han pace Gli uomini e gl'animai; se non ch'al mio Canto rispondon pur grilli e cicale. Né temer, che nessun ci scuopra, o noje,

Sì folta è l'ombra e sì profonda l'erba, Oltra che 'l buon Cervin, compagno fido, Che conosce le stelle erranti e fisse, Un'erba m'insegnò per queste valli,

Che può far gli occhi altrui di lume spenti; E l'ho provata già due volte vera, La qual ti mostrerò, quando tu vogli, Che ben potrebbe un dì venirti ad uopo;

Bench'io giurassi a lui tenerlo ascoso, Né mai l'ho infino a qui detto a nessuno, Né 'l direi fuor ch'a te, vita mia cara. Il tuo sempre fuggir per balze e greppi,

Ed appiattarti in questa fratta e 'n quella Farà, ch'io mi morrò di doglia un giorno, E lascierò Baruffa e 'l Serchio, e questa Tasca nova al Martin, col mio di pero

Nocchioluto baston ritorto in cima, Che di morte sì rea vendetta faccia; E mal grado di te presso a Lucente, In sempiterna tua vergogna e danno,

Anzi il tumulo mio con larghe note, Tal che si scernan di lontano, scriva: "Questi anzi il giorno suo condusse a morte D'Amarilli crudel l'orgoglio altero.

Fuggi, chiunque sei, fera sì cruda." Lasso! che deggio io far, ninfa crudele? Se non mi stringi e non mi sleghi, certo Che trattomi di dosso esto tabarro,

Mi gitterò nel maggior fondo d'Arno, Colà dalle mulina o dove suole Lungo 'l Pignon di bel verno, a ricisa Tuffarsi Ammeto con le reti al collo;

E se ben non morrò tu pur n'avrai, Non restando per te, diletto e gioco. Ben mi disse una vecchia che col vaglio S'appon sempre, e 'ndovina con lo staccio,

Cercand'io di saper se tu m'amavi; Non s'era volto mai da parte alcuna. Ed io l'altr'ier in su 'l mio pugno posi Una foglia di rosa, e non sentii

Percotendola forte, uscirne suono; E pur provando Alcon saggio e fedele, Qual fosse l'amor mio verso Amarilli, Dovesti in fin qui lo scoppio udire.

Due leprettin sotto la madre a covo In una macchia con gran rischio presi, Vedi, ch'ancor tutto ho graffiato il braccio. E per dartegli sol gl'allatto e serbo:

Benché scherzar l'altr'ier gli vide Filli, E le parver sì belli e monnosini, Che per avergli ognor mi segue e prega, E gl'avrà poi che tu mi fuggi e sprezzi.

L'occhio destro mi brilla: or saria mai Ch'io la vedessi in queste selve? Io voglio Corcarmi a piè di questo ameno faggio, O sotto quel fronzuto e verde pino,

Il cui dolce fischiar col suon dell'acque, Sì grata rende e sì scorta armonia, Ch'al mio rozzo cantar bordon faranno; Ed ella m'udirà benigna forse,

Che non ave però di sasso il core. Anzi or, certo di me pensa o ragiona, Che 'l cor mi batte oltra l'usato e forte Zufolarmi entro ambe l'orecchie sento:

Ond'io comincierò così prosteso, Per veder s'ella vien questa canzone. Ippomane già preso d'Atalanta, Dall'esperida pianta i pomi colse,

E così lieto volse in riso il pianto. Endimïon fe' tanto che la Luna Nella più bruna notte a lui venìa, E seco s'addormìa. Felici loro,

Non chi l'oro possiede! O te beato, A cui dal ciel fu dato un sonno eterno, A te la state e 'l verno invidia porto. Vener poi che fu morto dall'acuta,

Profonda aspra feruta il giovanetto, No 'l si parte dal petto; e quanti e quanti Furon giojosi amanti senza guai? Ma non vo più cantar ch'omai son roco

Anzi poi che 'l mio duol piacer t'apporta, O ingrata e disleal, disteso in terra, Giacerò tanto qui che gl'orsi e i lupi Saran del tuo caprar sepolcro indegno,

E pur dovrai, crudel, saziarti allora.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
EGLOGA PRIMA. · Benedetto Varchi · Poetry Cove