Mentre che tu, ne l'alto Enario colle, Col dolce eloquio spargi un fiume d'oro, Onde la gloria tua nel ciel s'extolle; Io, vicino a Vesevo, hor piango et ploro,
Dal sol de gli occhi miei lontano, absente, Et vivo sempre in lagrime, anzi moro. Qui tua beltà, con gli occhi de la mente, Fatta di propria man del sommo Artista,
Più chiara veggio sempre et più fulgente. Non posso in te veder turbata vista, Vittoria, alma Duchessa, anzi regina, Se per forma et vertù regno s'acquista.
Non credo che di doglia acuta spina Punger ti possa mai, ché di mestitia Capace esser non può cosa divina. Dove per gratia il gran sol di giustitia
Infunde di suoi rai l'almo fulgore, Cordoglio no, ma sempre v'è letitia. Ché, se Thetide un tempo in gran merore Si consumò, piangendo il caro Achille,
Fu per contagïon d'humano amore. Se Venere et Aurora et altre mille, Piangendo de gli suoi l'acerbo fine, Bagnâr le rosee et candide maxille;
Se tra terreni fior trovaro spine, Vestendo i pegni lor d'humana vesta, Colpa non fu de le cose divine. Ma de Minerva no, né mai di Vesta,
Né de Dïana odemo un tale affetto: Nulla di lor fu mai, piangendo, mesta. Né tu di pianto puoi bagnarti il petto, Alma celeste in bel corpo divino;
Lascia il plorato e 'l pianto al mio imperfetto. Quattro colonne d'Avelo et d'Aquino, Tre gran Marchesi et uno inclyto Conte Ha posto a terra acerbo, impio destino.
Vengan Eufrate et Nilo a la mia fronte, Venga il re de li fiumi, et tutti inseme Faccian de gli occhi miei perenne fonte. D'Oceano l'onde prime et le postreme
Giamai non bastaranno a fare eguali Le lagrime al dolor, che 'l cor mi preme. O de gli Aveli excelsi et trïomphali Excelso honore, Alfonso, o gran Marchese!,
Essendo tu de le cose immortali, Chi crederà che mai morte ti prese, Et che sian teco in breve urna sepolti Tanti trophei, tant'alte, strenue imprese?
Cento occhi, cento lingue et cento volti Mostra la fama tua, ch'al mondo grida, Vociferando gli atti, chiari et molti. Quanto più l'huom nel cor forte si fida,
Tanto men può schifare il tradimento Del terror de gli human, Marte homicida. Consumar mi conven sempre in lamento, Per dar camino al duol, che 'l cor mi rompe,
Ch'altro remedio è vano al mio tormento. Il viso oscuro in pianto si corrompe, Privo di quei fulgenti Aveli lumi, Per li quai l'un dolor l'altro interrompe.
O di vertute et candidi costumi Regula santa!, o bel Martin, che pria La terra, hor di beltade il cielo allumi; Dove sei?..... Dove tu, che l'ardua via
Prendesti al cielo, o Roderico eterno, In regïon, che santa esser solia? Di Mario et Ciceron suolo materno, Per lor natal sì celebrata et chiara,
Per la tua morte infame in sempiterno. Hor veggio io ben ch'ogni anima preclara Da terra è rapta in fretta, et la natura, (O non vuole, o non può,) non vi repara.
Ai, Innico!, ai, Marchese!, ai, chi ti fura? Ai, dolor novo!: ai, Parche, troppo preste A truncare il bel filo! O sorte dura! Ma tu, Laura, tra nitide et honeste
Più nitida, più bella et più pudica, Raro exemplo tra noi del ben celeste, Fior di Sanseverini, intera amica D'ogni vertù Marchese insigne et alma,
Lume et honor di nobiltade antica; Si sostenea due vite una sola alma, Sei viva tu, poi che la miglior parte Di te lasciò qua giù la nobil salma?
Di morte qual vertù può preservarte? Perché, senza speranza, il desiderio Il cor di vita et d'alma non diparte? Aprite, o Muse, il sacro antro Pïerio;
A voi pertien dir, come in tanta pena Costei possa fruïr l'aëre etherio. Quando di vero honor l'anima piena Passò de la terrena, humana sorte
A la vita immortal sempre serena; Lo spirto de la sua fidel consorte Fu rapto per la via de l'alto cielo: Consorte in vita, et più consorte in morte.
Restava exangue il bel corporeo velo, Non palpitava il cor, in tutto extinto, Né spirto si vedea nel petto anhelo. Non era di pallore il volto tinto;
Ma come rosa, svelta in primo mane, O purpureo color d'un bel hiacinto, A cui la venustà dolce rimane, Ma, di terrestre humor non più nudrito,
Langue, morendo tra virginee mane. Allhor si radoppiò pianto infinito Tra donne et cavaleri, ivi presenti, Per honorare il rogo del marito.
A renderla a la vita erano intenti. Ogniun dicea: – D'Alcyone et d'Evanne Non fur tanto giamai gli amori ardenti. Questo convene, Amor, che ti condanne;
Ché con pianto, dolor, morte, non puoi Sbramar le fere tue bramose canne. – Mentre quelle heroïne e i chiari heroi Parlan, piangendo in tal modo, colei
Nel ciel salir vedea gli amori suoi. Accompagnato d'angeli et di dei, Ne l'Olympo il Marchese intento il viso, Di palme andava carco et di trophei.
Aperta la magion del paradiso, Usciro tre fratelli e 'l chiaro padre, Per lo guidar nel sempiterno riso. Poco di poi venea la casta madre
Con lor sorella, et ecco il gran Thomaso, Lor sangue, con mille altre alme leggiadre. – Da l'orïente sol fin a l'occaso Laudabile è di Christo il nome santo! –
Cantavan; talché Menalo et Parnaso Non si vider giamai felici tanto: Ché di Pan, o d'Apollo, o sue donzelle Udito havessen sì soäve canto.
Ne i templi aurati de le chiare stelle, Ove senz'alcun fin vive la gloria, Ove più belle son l'anime belle; D'arbori de trïompho et de vittoria,
D'amor, di pace, un bel bosco verdeggia, Sacrato a gli alti heroi, degni d'historia. Una aura celestial tra' rami ondeggia, Ombra non v'è, ma sempiterno lume,
Per eterno fulgor che vi fiammeggia. Tra viridanti herbette corre un fiume, Produtto da l'argenteo fonte vivo, Che sorge ov'è 'l supremo et primo nume.
Irriga l'aria tutta un aureo rivo Di rai d'un sol, che 'l senso non comprende, Sol manifesto al viso intellettivo. Frutto di gloria in quei campi si rende
Per seme di vertute: o quel beato, Che per tal margarita il suo dispende! Del Vasto il gran Marchese ivi translato, Il numero augmentando di suoi divi,
È fuor d'ogni desio d'humano stato. Et, riguardando in quei siderei clivi, De la Marchese sua lo spirto vide Errare in cielo, e 'l corpo anchor tra' vivi.
Allhor, qual huom che a cosa amata arride: – Ultra l'orden del ciel, nel ciel ti mostri; – Gli disse: – et chi di vita hor ti divide? Pàrteti presto da i celesti chiostri,
O de l'anima mia dolce dimidio, Ritorna a governare i pegni nostri. A quegli è necessario il tuo subsidio; Non di me, di lor soli habbi pietade,
Ch'al più felice vivo io non invidio. Quel nitente candor di castitade, Constantia, et di bellezza eterna luce, Cosa unica, admiranda ad nostra etade,
Ne la notte mondana habbi per duce, Perseverando in tua fede syncera, Che 'n queste amene selve al fin conduce. – Così gli disse, et quell'anima intera,
Col subito suo obsequio, gli rispose Senza parlar, scendendo da la spera. Ritornata a le sue membra formose, Luce non pria, che lagrime ritrova:
Lagrime, come pioggia in fresche rose. Disgratia il ciel de la salute nova; Il senso del dolor, per la grandezza Del mal, gli è tolto; e 'l viver non gli giova.
Squarciasi il volto e 'l petto con asprezza D'unghie, avide di sangue: a cui più vuole Servar la giovenil cara bellezza? Gemito interrompea queste parole:
– Chi mi rende al dolor? chi mi disgiunge Di te? di mie tenèbre o solo sole? Poco anzi ti era appresso, hor ti son lunge: Hor qui ti veggio et tegno, et non sei meco;
Onde morte mi parte, amor mi giunge. Chiamar sento a l'oscuro, horrendo speco Questa leggiadra, angelica persona: Qual fera stella hor vieta andarmen teco?
Ai, infelice me!: chi mi perdona? Viva, poss'io veder la fronte exstinta, Degna di triomphal, laurea corona; Et questa dextra anchor, giamai non vinta,
Che fe' l'alta Salerno al suolo equare, Et di sangue ribelle humida et tinta? Dunque al sepolcro ti vedrà portare La tua Parthenopea patria, per donde,
Trïomphando, vittór devevi andare. Et per insignie et per le lauree fronde, Pregio d'imperïal chiara virtute, Vedrà di Laura l'auree chiome bionde!
O del lungo mio mal breve salute!, O bel Marchese mio!...: del ciel, non mio; Rapto nel più bel fior di gioventute. Quest'è quel trïomphar che sperava io?
Che, per vederti in quel grado supremo, Desiai vita, et hor morir desio. Misera son, per quel mandato extremo: – Ritorna a governar i nostri pegni –;
Onde tutta la vita piango et gemo. Non tanto eran del mondo tutti i regni, Non tanto i figli, et gli altri ben mondani, Che d'agguagliarsi al ciel fussen mai degni.
O speranze caduche!, o pensier vani!: Hor conosco, ch'io son nata, per doglie Soffrir, mentre che spire tra gli humani! – Così i capei, gridando, si discioglie,
Et dice singultando in ululati: – Di tue vittorie prendi, hor, queste spoglie! – Et con ferro et con man dilanïati, Diede al marito i cari estremi duoni:
Duoni pretiosissimi, et non grati. Ingeminaro allhor dissoni suoni, In lagrime concordi, i circonstanti, Tal c'havrebbon bastato a mille Adoni.
Seguiro poi l'exequie tutti quanti, Plorando in alti stridi; e, interrutti Di parole dogliose, eran li pianti. A i miglior dà fortuna amari frutti,
Mutando in tempestà l'onda tranquilla, E i superbi trïomphi in tristi lutti. Per tutti suona la funerea squilla, Tutti li fasti human, tutte le glorie
Ne porta seco al fin breve favilla. Sol di buon vivon sempre le memorie; Ma vivon solamente, quanto piace A cui degne li fa d'eterne historie.
Ogni fama consuma il tempo edace, Et la vertù, quantunque heroica et grande, È come ignavia, se 'n silentio giace. Ché, s'alcun tempo in terra il nome spande,
Se tace el suon de la Pïeria tromba, Non si sa, se 'n li seggi etherei scande. De voci di Poete il ciel rimbomba, Parnaso fe' i Mercuri, et per lui sono:
Lui li chiude et li trahe da cieca tomba. Ma tu, heliconia dea, con cui ragiono, Constantia, inexstimabil margarita, Sei degna d'insuëto et raro duono.
Ché tua beltà, nel sommo honor gradita, D'ogni sacro poema è vero Genio, Ch'a quei, che morti son, rende la vita; Et, senza te, val nulla ogni alto ingenio!
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