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1450–1514

Untitled

Benedetto Gareth

Ite lontan di noi, ite, profani, Infamia di mortali, ite: a cui giova Dir vostr'atti nephandi et inhumani? Ben c'hor convien ch'io parle et mi commova,

Ché troppo comportar l'ingiuria vecchia Altro non è, che provocar la nova! Non mi vuol più servir la stanca orecchia; La lingua a far la prima experïentia,

Sol per li danni vostri, hor s'apparecchia. Non bisogna a dir mal multa scïentia, Ché voluntaria vien la nostra Musa, C'hebbe fin qua sì lunga patïentia!

Lingua, che ti mostrasti sempre optusa Nel vitio, et in vertù cotanto arguta, Né fusti mai ne l'altrui sangue infusa; Comincia più aguzzar la punta acuta

Ne la cote cruënta, avelenata; C'homai t'è dishonore esser più muta. Nel tempo che natura era crucciata, Non creò contra sé spirti più pravi,

Che questi invidi rei, plebe mal nata. Da lor tenera età li denti ignavi Puser nel cielo, et di precepti sacri Fur inimici sempre infesti et gravi.

Monstri d'inferno, horrendi simulacri, Di fanciulli spavento, anzi pernitie, Del vitio difensori acerbi et acri. Seminator d'amare inimicitie,

Malivoli d'ingegni pellegrini, D'infanda voluptà vere delitie. Ditemi voi, Poete almi et divini, Se mai vedeste in Sodoma Parnaso,

Per historia di Greci o di Latini? Non è di quei lor sogni altro rimaso Che 'l crepito, che fa il ventre indigesto: Un mal suono a l'orecchi, et puzza al naso.

Lor dire a l'alte Muse è sì molesto, Che, quando credon dar ad altrui gloria, Gli dànno infamia et nome dishonesto. Ma ben provide il ciel, che lor historia

Molt'anni avante extinta, che lor vita, Sarà; ché non riman di tai memoria. La via del ver giuditio hanno smarrita, Sì povero ciascun d'inventïone,

Che nulla fa senza alïena aïta. Da là viene ogni impropria dittione L'un verso saglie sù, l'altro discende, Da numero privati et da ragione,

Gli error di Mevio, Bavio non riprende, In prosa scrive l'un l'ineptie prima, Et l'altro in versi quel, che non intende. Et ecco il bel trïompho in falsa rima,

Pien di falsi adiettivi et falsi verbi, Di che tra lor eguali è fatta estima. Miseri, donde vien l'esser superbi? Non da vertù, savere, o da ricchezza;

Che 'n ciò vi furo i fati troppo acerbi! D'antiqua nobiltade o di bellezza, Da gentil cor, o d'animo virile Son certo che non vien tanta alterezza!

De' cimici seguete il proprio stile, Che morde et fugge, et per temor s'asconde, De gli animali il più fetente et vile. Come ne l'arbor verme, io non so donde,

Occolto vien, ch'adven ch'altro non mostri, Che marcire et seccare i frutti et fronde; Così voi nascondete i nomi vostri: Non che faccian alcun danno di fuore,

Cotesti van, caduchi, aquosi inchiostri. Io li nominarei, ma per temore De macular la casta Musa mia, Li taccio, et per non fargli un tanto honore.

Sotto tal gente già nacque heresia, Animi furïosi et infernati, Che d'incredulità monstran la via. Questi son quei nephandi et scelerati,

Che dànno infamia grande a la doctrina, A lor fattore et a natura ingrati. Questi quella scïentia alma et divina, Chiamata humanità, fan parer vitio

A la turba, ch'al mal sempre s'inclina. Ma se l'ira de dio pate il flagitio, La tardità de la pena compensa Con la gravezza poi del gran supplitio.

Et chi cerca il suo mal con propria impensa, Non si dée lamentar, quando lo tira A doloroso fin la voglia intensa. Fin qui preludio sia de la mia lira;

Vengamo hor a cantar cose più grandi, Ove ne chiama la atra et fervida ira. Comporta, o Musa mia, ch'io ti dimandi Perdono, et tien il viso in te raccolto,

Ch'io son forzato dir acti nefandi. Asconde il casto tuo virgineo volto, Mentre ch'io nel parlar son sì procace; Et al tuo ritornar non tardar molto.

Siami licito dir, con la tua pace, Alcuna cosa di colui, che nacque Dal falso parto del ventre mendace. Costui da prima età nel vitio giacque,

Tal che veder bell'opre, alte et leggiadre, D'invidia punto, sempre gli dispiacque. Costui, che morlacchese hebbe la madre, Come Edipo fedò l'honor paterno,

Se pur tra tanto volgo è certo il padre. Quest'è l'Orco che vien dal negro inferno, Da ser Brunetto sì ben insegnato, Che li fanciulli prende in suo governo.

O venefico infando et scelerato, Vaso d'iniquità, di vitii pieno, Tu credi pur ch'io sia dementicato? Come ti può soffrir l'almo terreno?

Non sai tu, ch'io so quel, che non si dice? Hor non mi far parlar di quel veneno. Tu sgiungesti Ethïocle et Polinice, Et gli insegnasti dar bestemmia a dio,

Et odïare il lor padre infelice. O giustitia del ciel, poscia ch'al rio Perdoni, come al buono, et faili eguali, Hai te medesma homai posto in oblio?

Io cantarei molt'altri et varii mali, Ma spero dirli poi, quando risponda Costui, a i dei molesto et a' mortali. Et già a parlar de l'altra anima immonda,

La lingua desïosa se rivolge, Ben ch'è d'una materia non gioconda. O gloria, o primo honor di Malebolge, Albergo, in cui si spatia et si riposa

Quel vitio, che ad amore il ceffo volge. Dimmi, (così reviva la tua sposa): L'imagin del tuo specchio allhor mirasti, Che l'anima bizzarra et venenosa

Disfogando, con quei divi nefasti, Col nodo astretto, et con mill'altri errori, D'un candido armellin così parlasti? Non sei tu quel, che li vetati amori,

Di cui l'alma natura si vergogna, Non dubbii fai, et sei tra' primi auttori? Per te quel vitio hor creder mi bisogna, Che, nominato sol, l'aër corrompe,

Che sempre io mi credetti esser mensogna. Il pungente livor, che sempre il rompe, Et gli altri vitii suoi son tali et tanti, Che s'io parlo de l'un, l'altro interrompe.

Reliquie, anzi fratel, de li giganti, Non per necessità, ma voluntario, Inimico mortal d'animi santi. De la religïon aspro adversario,

D'ogni furto notturno et clandestino Auttore infame, et publico sicario. Tanto amator del sexo masculino, Che la sua propria madre abborre et fugge,

Perché fu del legnaggio feminino. Poi canta: –Amor mi liba, Amor mi strugge, Hor quindi, hor quinci, unquanco: oimè!, tutt'ardo, Oimè!, ch'Amor nel cor mi stride et rugge!–

Dal tergo s'infiammò, non da lo sguardo; Ché, quando Amor ferìo li fianchi duri, Nel cesso havea temprato il crudel dardo. Ond'io admirato son, che questi impuri

Biasmen altrui, di ciò che lor si dànno Gloria: sì de la mente han gli occhi oscuri! Mordete pur, che noia non mi fanno Morsi d'un maculato et fragil dente,

Di cui le lode sono infamia et danno. Basta che 'l domitor di tanta gente, Lodando questo mio picciol ingegno, Ascolte i versi miei benegnamente.

Quel Ferrando immortal, che 'l patrio regno Ricovrò col suo ferro et col cor forte, Di governare il mondo assai più degno. E 'l grande Alfonso, quel che le cohorte

Di Turchi, hosti del ciel crudeli et rei, Vide da la sua man prostrate et morte. Colui, che vendicando i patrii dei, Ne la sua Napol lieta ritornando,

Vidimo pien di spoglie et di trophei. E 'l mio Aragonio sol, l'altro Ferrando, Ver me benegno più, ch'altrui non crede, Di cui la gloria et fama io vo cantando,

Magior honore al mondo il ciel non diede; Et tanta humanità congiunta inseme Con maiestade, il sole hoggi non vede. Basta che 'n lor pos'io mia ferma speme,

Et non mi inganna; hor del vulgo nemico Rompansi i fianchi, che l'invidia preme. Mentre costor con quel gran Federico, L'altra speme del nome d'Aragona,

Mi mostren con favore il volto amico; E i duo Marchesi, gloria d'Helicona, Avelo l'uno, et l'altro l'Aquevivo, Degni di laurea et di mural corona:

Ciascun per arme et toga eterna et vivo, Ambi d'animi grandi, ambi benigni; Approven quant'io canto et quanto scrivo; Latrate voi, cagnioli impii, maligni,

Et disfogate il venenoso petto, Per pallor di duo morbi spirti insigni, Pur ben sarà girar vostro intelletto In parte, ch'a miglior termino arrive,

Ma ben veggio che 'n voi non è perfetto. Nessun danno mi fan vostre invettive: Ché d'Anser, et de gli altri a Phebo exosi, L'opre son morte, et son l'infamie vive.

Viva il mio nome in bocca di famosi Poete, ch'io non men che divi adoro, Et voi narrate i van sogni vinosi. Parle di me il Pontan, quel bel thesoro

D'Apollo et de le Aönide sorelle, Che con la lingua sparge un fiume d'oro. Depinto io sia ne l'opre eterne et belle Del mio bel Sannazar, vero Syncero,

Ch'allhora io giungerò fin a le stelle. E 'l lume d'Aristotile et d'Homero Mi laude, io dico Pardo, insigne et chiaro, Per gemino idïoma al mondo altero.

Altilio et Galateo, physico raro, Et Summontio, d'ingegno et di vertute Ornato, et a gli amici dolce et caro. Et Musephilo et Maio, anime argute,

Ciascun Quintilïano al secol nostro, Moderator de l'aspra gioventute. Et tu, Corvino mio, poi ch'io ti mostro, Che di sangue et d'amor son teco giunto,

Parla di me con penna et con inchiostro. Et voi, Zoïli novi, che defunto L'animo havete in vita, a vostro modo Usate pur lo stil, d'invidia punto;

Ch'io del vostro mal dir trïompho et godo!

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