Già se dissolve homai la bianca neve Per gli alti monti, e 'n tepido liquore Si cangia l'indurato et freddo gelo: L'ape soavemente il dolce humore,
Lagrima di Narcisso, liba et beve; Favonio aspira, et dal ceruleo celo Rimove il negro velo. Lasciando la spelunca esce di fuore
Con la gregge il pastore; Né riposarsi più gli piace altrove, Che sotto a l'almo Giove; Amor per prati et per fiorite valli
Le Nymphe invita a gli amorosi balli. Hor ti conven, felice et chiaro spirto, Pascer di bei pensier la mente grave, In questi giorni lieti et genïali;
Hor déi sotto l'amena ombra soave, D'hedera, o lauro, o di Venerea mirto Ornar le tempie nitide, immortali. Vedi con passi eguali
Intrar quella crudel, pallida morte, Per le superbe porte D'alti palazzi, et per le case humìli Di genti basse et vili:
La frale et breve vita, che n'avanza, Ne vieta incominciar lunga speranza. Quanto sarebbe il desiderio vano Et fallace la speme, quando alcuna
Mercede, o dolce sguardo, anz'il morire, Io sperassi haver mai da la mia Luna. No' spero che 'l suo cor men inhumano, Ch'iersera fu, demane io possa dire.
Questa in disdegni et ire, In crudeltade et in bellezza augmenta, Et già non mi tormenta Che 'l tormento in costume è transformato.
Speranza no, ma fato Poner mi fe' gli affanni e i pensier miei, Et ogni mia dolcezza in amar lei. Che se fusse d'amor libera l'alma,
Forse ch'io sperarei dal ciel tal dono, Qual diede il sacro, Apollo al Thracio Orpheo; Ond'io direi con grave, heroico suono Gli alti Trophei, la glorïosa palma
Di quel che 'n terra è più che semideo. Forse di Chariteo Vivrebbe il nome allhor non men preclaro, Che quel del Sannazaro.
Il quarto d'honor de l'Aragonio nome, Ornando le mie chiome Di lauro, io cantarei per tutto il mondo; Et tu saresti il mio pensier secondo.
Ma già la notte eterna homai ne preme, Et le fabule et l'ombre, horrendi mostri Del regno, ove non vive altro che inane. Extender non si ponno i pensier nostri
Da l'alba al sol, non che 'n più larga speme, Et tutte nostre imprese al fin son vane. Quel ch'esser dée demane Fuggo cercar; ché, benché non contento,
Pur con minor tormento Mi vivo, et ogni mal, che 'l dì m'adduce, Pensando a la mia luce, Rivolgo in gioco; ché per darsi affanno
Non augmenta il piacer, né manca il danno. Che giova sparger lagrime infinite; O languire in silentio?, o lamentarsi D'un cor che per natura Amor disprezza?
Quanto meglior sarebbe affaticarsi A non pensare al petto duro, immite, Ma de mirar la lucida bellezza, Tener la mente avezza
A contentarsi et non passar più avante. Ai me, misero!, quante Fïate fu cagion del dolor mio Il troppo alto desio!:
Ch'avendo lui prescripto et mortal fine, Non debbe mai tentar cose divine. Anz'il fallir si dée l'huom ritenere, Ché folle è quel che tardo si ripente,
Et saggio chi peccò sol una volta. Poi de l'error s'impara facilmente, Ché per sé dio ritien l'antevedere, Dove non giunge nostra mente stolta,
Nel vil fango sepolta. Atteon, se 'l suo mal prima vedea, La vergine alma Dea Non facea divenir sì fera et cruda,
Quando la vide igniuda; Ché de servo fidel si fe' nemico: Tanto l'ardir offende un cor pudico! Ma tu converti il pianto,
Canzone, in riso, et in dolcezza il tosco; Et d'uno in altro bosco Ricerca un cavalier, di laurea degno Per arme et per ingegno,
Et digli che Dittinna homai si duole, Che rimangan per lei le Muse sole.
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