Tacete homai, soavi et dolci rime, Et voi, amorose, honeste, altere lode; Deponete il cantar, che nulla prode, Poi che non è chi con amor vi stime.
Scender conven dal chiaro stil sublime In li più bassi canti. Voi, dolorosi pianti, Rendetimi le mie lagrime prime:
Ché 'l misero non prova magior bene, Che disfogar piangendo le sue pene. Non si parle homai più de l'intelletto Antiquo in corpo fresco et giovenile,
Del viso et de la man bianca et sottile, Del latteo collo et del marmoreo petto: Parlar di morte è 'l mio magior diletto, Di strani et varii mali,
Et di piaghe mortali. Una fera mi tiene il cor constretto A pianger tutti i giorni di mia vita; Et chi m'il vieta, a pianger più m'invita.
Tante perfettioni et sì diverse In un viso sì dolce et sì sereno, In tosco et in mortifero veleno, Sol per farmi morir, si son converse.
Di poi di tante mie fortune adverse Quest'è 'l tranquillo porto? Sol mi resta un conforto, Ch'essendo le speranze in tutto perse,
S'io vivo più, magior dolor non temo, Per esser quel, ch'or sento, in grado extremo. Sol m'è rimasa una mortal paura De viver lungamente in tanti affanni;
Dunque conven ch'io m'interrompa gli anni, Ch'altro che ben morir non m'assicura. Però per presto uscir da questa oscura Pregion, contra la sorte
Che tarda la mia morte, Corro ad morir, lasciando ogni altra cura; Ché men doglia si sente ben morendo, Che sperando la morte et mal vivendo.
Quella che tene in mano il viver mio, Pregai che prolongasse i giorni miei. Conceder non m'il volse; hor no' 'l vorrei, Ché degno di tal ben più non son io;
Et poi che sì lontan m'il trovo, oblio Sol mi saria remedio. Amor mi tien l'assedio, Tal ch'uscir non mi lice dal desio.
Abbrevia, morte, dunque il tuo camino, Ch'anz'il destin morire è mio destino.
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