Skip to content
1450–1514

Canzone 18

Benedetto Gareth

Non l'Alpe o l'Apenin, no' 'l vasto mare, Non gli altri monti immensi, Non boschi oscuri et densi, Non gelosia pungente et importuna,

Non le tenebre opposte a li miei sensi Per le lagrime amare, Mi ponno homai vetare, Ch'io non ti veggia sempre, alma mia Luna.

Use pur la fortuna Del suo voler l'extremo, Ché magior mal non temo; Poiché nel core eternamente io guardo

Quel bel sereno sguardo, Che de beltà mi mostra il ben supremo; Né togliermi 'l potrà l'ultimo fato: Così contento io son, così beäto.

Da che comincia l'alba uscir di fuore Col suo purpureo volto, Ovunque io sia rivolto, Veggio dispersa in ciel la rosea luce;

E 'l viso, che da me non fia mai tolto, Conosco al bel colore Et al celeste honore, Che ne le membra sue sempre reluce.

Ma, quando il sol n'adduce Fulgór, che più s'extende, La mente allhor s'accende A contemplar nel lucido horizonte

La chiara, ingenua fronte, Ch'ogni letitia, ogni dolcior transcende; Allhor vegg'io nei rai del flavo Apollo Rutilare i crin d'oro intorno al collo.

Quando s'accende l'alta sommitate Del celeste aureo tetto Col fiammeggiante aspetto, De la mia Luna appare il proprio viso.

Io gli occhi abasso et penso al latteo petto, Ché sì chiara beltate Occhio mortal non pate, Nel lume suo magior, mirar sì fiso!

Veggio 'l fiorente riso, Di nova gratia adorno, Fulgurar d'ogn'intorno; Veggio, come, movendo i passi gravi,

Volge gli occhi soävi, Che fanno al quarto ciel sovente scorno; Et parmi dolcemente udir parole, Onde s'allegra il cor più, che non suole.

Né si perturba l'infiammata mente, Perché 'l sommo pianeta Questa parte men lieta Lascie, quando s'invia per le sals'onde;

Anzi più si conforta et più s'acqueta, Vedendo che 'n ponente Ogni stella splendente, (Così fu destinato,) al fin s'asconde.

Et per far più gioconde Le mie vertuti accese, In quel dolce paese, Volando, mena Amor lo spirto mio,

Con l'ale del desio, Dietro 'l lume, che l'alma e 'l cor m'accese; Ove più bello il vede, et più benegno, Né fulmina homai più l'antiquo sdegno.

Poi torna inseme col notturno gelo, Et par che mi favelle Con soävi novelle Di lei, ch'anchor da lunge mi governa.

Io respiro, mirando a l'alte stelle, Veggio nel primo cielo, Nuda senza alcun velo, Di castità la diva sempiterna.

A la sua luce eterna È l'alma tanto avezza, Ch'ogni minor bellezza Dispregian per costume i sensi miei.

Et, riguardando in lei, Veggio da gli occhi suoi piover dolcezza Tanta, che me di me stesso divide, Et di letitia il cor piangendo ride.

Al mio Aragonio Marte, Canzon mia, dir ti lice Del mio ben la radice, Acciò che compassion di me si toglia,

Né più di me si doglia. Ché forse lui non sa, ch'io son felice In queste visïon sì glorïose; Benché sanno gli dei tutte le cose.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
Canzone 18 · Benedetto Gareth · Poetry Cove